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Varietà di Fico nel Crotonese (sec. XVI-XVII), atti che ne documentano la presenza

L’Agricoltura calabrese raccontata attraverso le fonti storiche

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Richiamato nei documenti fin dal periodo medievale, in quanto specie caratteristica del luogo, come troviamo nella toponomastica del periodo,[i] il fico (Ficus carica L.) rappresentò una risorsa fondamentale per la mensa della popolazione Crotonese, come testimonia il consumo dei suoi frutti, documentato sia fresco,[ii] che come “fichi secchi”.[iii]

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Fico “Vernitica”. Località S. Demetrio di Petilia Policastro (KR)

La possibilità di potere utilizzare i frutti freschi durante tutta la stagione estiva, legata alle caratteristiche della specie e all’esistenza di diverse varietà, contraddistinte da un un diverso periodo di maturazione, accanto alle diverse tecniche di conservazione, che consentivano di avere disponibità del prodotto per la restante parte dell’anno, rappresentavano dei veri e propri punti di forza di questa coltura, che ci permettono di poterla classificare tra quelle più importanti nell’alimentazione antica. Lo evidenziano bene le scene di raccolta relative al mese di agosto, raffigurate in diverse rappresentazioni medievali del “Ciclo dei Mesi”, come troviamo, ad esempio, nel caso della Fontana maggiore di Perugia e del battistero di Parma, oppure come risulta rappresentato nei bassorilievi della pieve di Santa Maria Assunta di Arezzo, o della cattedrale di Ferrara.

Qui, nelle scene scelte dagli antichi autori per rappresentare l’attività caratteristica di questo periodo, il mese di agosto è reso attraverso il lavoro di un uomo, intento a conservare in un tino i frutti di un albero di fico, pressandoli usando una mazza di legno. Alcuni atti seicenteschi, invece, accennano alla caratteristica produzione tradizionale calabrese di “serti”,[iv] o “jette de fico”:[v] trecce ottenute infilzando i frutti fatti essiccare al sole su graticci, tenuti assieme con listelli appuntiti di canna.

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La raccolta del fico raffigurata sulla Fontana maggiore di Perugia (foto G. Dall’Orto 2006, tratta da it.wikipedia.org)

L’esempio di Policastro

In ragione di questa importanza, gli atti di compra-vendita riguardanti i centri del Crotonese, menzionano spesso gli alberi di fico, allevati monocaule (“pede”), oppure a “troppa”, esistenti negli orti e nelle vigne che circondavano gli abitati, per essere destinati all’autoconsumo delle famiglie, descrivendoli con una certa precisione anche quando tale presenza si riduce a quella di un solo albero, anche ancora giovane (“ficarella”).[vi]

A tale riguardo, lo spoglio completo di alcune centinaia di atti riguardanti la prima metà del Seicento, contenuti nei protocolli dei notai di Policastro, che si conservano all’Archivio di Stato di Catanzaro, ci consente di poter conoscere e circoscrivere, in maniera sufficientemente completa, tutte le aree in cui si realizzava la coltivazione del fico in questo territorio durante tale periodo. Sappiamo così che, oltre ad essere praticata negli orti esistenti presso le case, entro le mura,[vii] dalle zone più prossime all’abitato, come “Cimicicchio”,[viii] e “Sotto Santa Catherina”,[ix] la coltura si estendeva anche più lontano, ad aree comunque vicine all’abitato, caratterizzate dalla presenza delle vigne, dove erano state erette le chiese rurali e i monasteri.

Troviamo così il fico coltivato a “le manche”,[x] e lungo la strada che conduceva al monastero di Santa Maria delle Manche,[xi] a “la chianetta seu santa sofia”,[xii] a “gorrufi”,[xiii] a “le limine”,[xiv] e a “santo Dimitri”.[xv] Possedimenti alberati con i fichi, ancora più lontano dalle mura, esistevano invece, solo in vicinanza dei mulini, luoghi dove la presenza residente dei mugnai con le loro famiglie, consentiva che potessero esistere vigne con diverse specie arboree da frutto: a “la fiomara”,[xvi] nel loco detto “li Jeni vulgo dicto la vota”,[xvii] a “lo molinaczo”,[xviii] e a “li Copati” presso il fiume Soleo.[xix]

La raccolta del fico in una scultura del battistero di Parma (da parma.repubblica.it., foto Amoretti tratta da “Immagini: Parma nel medioevo”).

Le varietà

Essendo un prodotto destinato prevalentemente all’autoconsumo ed alla vendita locale, che non spuntava un prezzo differente, correlato alla qualità alle diverse varietà esistenti, gli atti citati menzionano molto raramente le varietà di fico presenti nel territorio crotonese che, invece, qualche volta, emergono negli atti di compra-vendita in cui sono riportati i confini degli appezzamenti trattati. In questo caso le caratteristiche del singolo albero, posto in corrispondenza dei “termini” dello stabile oggetto della transazione, sono evidenzate per rendere meglio riconoscibile il luogo, cercando di mettere in evidenza i particolari dell’ambiente meno mutevoli.

Sappiamo così che nel Crotonese, erano coltivate tanto varietà che producevano solo “fioroni” (frutti d’inizio estate), che varietà bifere con produzione anche di “forniti” alla fine dell’estate. Alle prime doveva appartenere la “fico columbra”[xx], varietà unifera già menzionata in Puglia in un atto del 1279,[xxi] e la “fico cassanise nigra”.[xxii] Al secondo gruppo, invece, possono essere ricondotte “la fico ottata”[xxiii] e “la fico vernitica”.[xxiv]

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Al centro della scena il mese di agosto con la raccolta del fico. “Ciclo dei Mesi” della Pieve di Santa Maria Assunta di Arezzo (foto tratta dal libro di Jenny Bawtree, Il ciclo dei mesi. Da Aosta a Otranto, alla scoperta di un tesoro dell’arte medievale italiana).

Fico “Columbra”

Il primo documento che menziona questa varietà nel Crotonese, risale agli inizi del Cinquecento (1521), e riguarda un appezzamento nelle immediate vicinanze dell’abitato di San Mauro Marchesato: “Item aliud petium t.rae thumulatarum undecim vel circa cultarum cum arbore una siccomorum prostrata in terra et duabus arboribus ficuum columbarum et una arbore pirorum magna et una granatorum in loco dicto sotto la torre de S.to Mauro iux.a t.ras Io. Muti ab oriente a borea iux.a t.ras S.ti Nicolai de Iagiano ab occidente t.ras Notarii Ioseph. Appoli et f.ris a meridie iux.a t.ras S.ti Andreae.”[xxv] Riguarda invece il territorio di Petilia Policastro, un atto del 4 dicembre 1613, in cui troviamo scritto: “detta possessione abascio arborata di celsi, et uno pede di sorvo et uno pede di fico columbra”.[xxvi]

Fico “Cassanise”

Risalgono agli inizi del Cinquecento anche le prime notizie che documentano l’esistenza di questa varietà, che troviamo menzionata in una platea dell’abazia di San Giovanni in Fiore (1533-34), in cui si descrive un possedimento in territorio di Caccuri, “in loco dicto Phillinoi”, il cui confine: “discende ad una ficu Cassanise”.[xxvii] Risalgono invece alla seconda metà del secolo alcuni atti riguardanti il territorio di Cirò.

12 marzo 1577: nella descrizione dei confini di un possedimento posto in territorio e tenimento di Cirò, in loco detto “salica”, si menziona: “et fere allo grattapone dove è una fico cassanise la quale fico vene alla parte de sopra”.[xxviii]

8 luglio 1578: “quadam parte poss.nis in loco dicto lo laccone incipendo ab Arbore ficus cassanensis Io(ann)is mariae russi et superius ascendendo usque ad ultimum saepis Caesaris thegani”.[xxix]

9 marzo 1581: nella descrizione dei confini di “quoddam olivetum cum viridario citrangulaorum, et aliorum arborum fructiferarum”, sito nel territorio di Cirò, loco detto “s(an)to vito”, troviamo: “da l’uno capo dela pos.e del d(ic)to m.co Marco Ant.o con pietre piantate sobto la chioppa dela fico cassanise, et feri alla pianta dela mendola piccola, quale resta per signi, et feri ad una oliva con la Croce dela parte de sopra”.[xxx]

Un atto del 28 aprile 1622 ci consente di potere stabilire che la Cassanise era una varietà unifera. Quel giorno, Antonio Milea e Francesco Leto, che avevano preso in affitto il giardino di Antonino Longo nel loco detto “Vudetto”, in territorio di Santa Severina, chiedevano che la curia arcivescovile pronunciasse le monizioni di scomunica contro coloro che, nel passato, avevano rubato il frutto di alcune piante del loro giardino, tra cui “li fichi primarii, et cassanisi dall’arbori”.[xxxi]

Una notizia della metà del Seicento, riguardante il territorio di Petilia Policastro, ci informa, invece, che essa era una varietà a buccia nera. Il 15 febbraio 1648, Fran.co Cavarretta de Battista di Policastro, vendeva a Filea de Cola di Policastro, moglie di Matteo Cancello, un “pastino cum largo contiquo” posto in territorio di Policastro, loco detto “S.to Dimitri”, confine la vigna di detto Fran.co e la vigna di Fran.co Cimino, “lo quale staglia lo fosso fosso che ferisce alla Pietra grande, et alla fico cassanise nigra”.[xxxii]

Fico “Vernitica”

Durante i sec. XVI-XVII, sia nel territorio di Cirò, che in quello di Petilia Policastro, oltre alla fico Cassanise, risulta documentata anche l’esistenza della fico “Vernitica”.

28 settembre 1581: Antonio Abbas di Cirò, vende al magnifico Petro Casoppero di Cirò, “quandam particulam” della sua vigna, sita in territorio di Cirò loco detto “sotto lalice”, che “incipit à ter.no pro signaculo à pulla ficu seu vernitica vulgo dicta ipsius mag.ci emptoris”.[xxxiii]

6 marzo 1644: In occasione del matrimonio tra Minica Mazzuca e Joannes Petro Cavarretta de Andrea di Policastro, apparteneva alla dote della sposa: una mezza vigna alberata di gelsi, “fico”, “pira” ed altri alberi fruttiferi, posta nel “districto” di Policastro, loco detto “Paternise”. Tra i confini si menzionano il “moraglio del pumo” e “la fico vernitica”.[xxxiv]

Fico “ottata”

Riguardano invece esclusivamente il territorio di Petilia Policastro due atti che documentano l’esistenza della fico Ottata.

2 novembre 1614: Hijeronimo Scandale di Policastro, vende a Fran.co Antonio de Mauro di Policastro, un pezzo di terra di circa un quarto, posto nel territorio di Policastro, e “proprie ubi dicitur Colillo seu petra insellata”, confine la possessione di detto Fran.co Antonio “a parte inferiore”, e confine la vigna di detto Hijeronimo “a parte superiori”. Il detto pezzo di terra era confinato “per lo termenazzo dello pede dello Ceraso in suso, et fera seu esce all’azzopaturo dello vallone, et esce sotto parte la fico ottata, et fere all’altro termine dell’altra vigna di esso gerolimo”.[xxxv]

21 marzo 1649: nei capitoli relativi al matrimonio tra Vittoria Cimino e Luca Antonio Carvello, tra i beni della dote della sposa, risulta la metà di una vigna posta in territorio di Policastro, loco detto “S.to Dimitri”, confine la vigna di Antonio Legname, la vigna di Masi Jacometta ed altri fini, metà della quale e, cioè, qualla individuata “dallo pede della fico ottata ad alto”, restava ad Antonio Cimino fratello della futura sposa.[xxxvi]

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La raccolta del fico nel “Ciclo dei Mesi” della cattedrale di Ferrara (da formelle.tryeco.com). – “Fico Dottato” da “Pomona Italiana” di Giorgio Gallesi (da wikipedia).

Altre varietà

Attraverso altri documenti che riportano i confini, e attraverso la toponomastica di alcuni luoghi, emerge l’esistenza di altre varietà: la fico “Gullarica”, la fico “deceri” e la fico “dolce”

Agli inizi del Cinquecento, nella descrizione del feudo di Scandale leggiamo: “et per dictum vallonem ascendit ad Passum dictum de lo Cutugni et transit et volvit per viam quae venit de la Valle de La Fico Gullarica et vadit per viam viam et descendit et ferit ad vallonem et ad locum dictum Lo Passo de Maurice primum confinem et concludit.”[xxxvii]

Un atto del 13 settembre 1585, testimonia che Scipio de Ferraris di Cirò, possedeva in territorio di Cirò,“quoddam petium t(er)rarum arboratum cum Amidolis: piris situm loco dictum La fico deceri”, confinante con la “viam pp.cam inferiorem, qua itur ad volvetum”.[xxxviii] L’esistenza di questa varietà potrebbe essere comprovata anche da un atto più antico del settembre 1224 (di cui però possediamo solo una trascrizione) quando, nella confinazione di un tenimento esistente “apud Cutrum et Sanctum Iohannem de Monacho”, in territorio di Santa Severina, troviamo: “et vadit ad ficum de Cadi et exinde vadit et dividit cum tenimento pape Iohannis Rizuti”.[xxxix]

Nella confinazione della gabella detta “Docime” appartenente al priorato di San Pietro de Niffi, posta nel territorio di San Mauro Marchesato, nel corso di “Verde”, troviamo: “confina sempre con la d.a Cabella del piano del Re, e li frunti frunti a bascio va a a ferire alla Colla scannata sopra li Vancora della fico dolce, dove sono certi ogliastri” (1625).[xl]

Note

[i] 12-30 settembre 1224. Tra i confini di un tenimento “apud Cutrum et Sanctum Iohannem de Monacho”, in territorio di Santa Severina, troviamo: “et assendit inde et dividit cum tenimento Lachani et vadit ad ficum de Cadi et exinde vadit et dividit cum tenimento pape Iohannis Rizuti”. Pratesi A., Carte Latine di Abbazie Calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, 1958, pp. 331-333.

22 marzo 1489. “apud civitatem crothonis”. “omnes suas terras proprias sitas et positas jn tenimento cotroni loco dicto carbonara iuxa terras feudi de carbonara mediante vallone nominato La aqua de la ficu et terras quondam michaelis bonelli”. ASCZ, pergamena n. 16.

[ii] ASCZ, Roccabernarda 80/12, 1735.

[iii] AVC, “Notamento delle robbe ch’habbiamo ric.to noi sotto s.tte Sor Francesca Suriano Abb.a e Sor Maria Mad.a dal D. Fran.co Cirrello n.ro attuale Procuratore”, aa. 1703-1704. Carte Piterà, “Stato nominativo de Religiosi, Cutro li 2 7bre 1856”.

[iv] AASS, Fondo Capitolare, cartella 3D, fascicolo 1.

[v] 29 novembre 1643. In occasione della stipula del suo testamento, Paulo Venturi di Policastro dichiarava di tenere dentro casa sua “trenta jette de fico”. ASCZ, Fondo Notarile, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 80 prot. 307, ff. 40v-41v.

[vi] 28 aprile 1609: Hijeronimo Jannici di Policastro vende a Jacobo Recitanu, metà della “vineam” posta nel territorio di Policastro loco detto “la chianetta”, che aveva ricevuto in dote da Joannes Baptista Natale suo suocero, confine la vigna di Joannes Bernardino Coco, Joannes Thoma Cavarretta, la via pubblica ed altri fini. La divisione effettuata da due arbitri Joannes Thoma Cavarretta e Joannes Thoma Carise, iniziava “per mezo le puma duce et esce ad una petra grande sopra parte il pumo, et dall’altra parte piglia per la ficarella sotto parte il fosso”. ASCZ, Fondo Notarile, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 78 prot. 287, ff. 141v-142.

[vii] 20 luglio 1624. Dietro l’istanza di Lidonia Morello della città di Belcastro, vedova del quondam Joannes Agostino de Cola di Policastro, il notaro si porta nella “Continentiam domorum Cum cortilio, et orto Contiguo palatiatarum”, consistente in più e diversi membri, nella quale aveva abitato il detto Agostino, posta dentro la terra di Policastro, nel convicino della chiesa matrice di S. Nicola, per fare l’inventario dei beni del morto. Nel detto orto vi era “un pede di Celso grande due pedi di fico pergole”, e altri alberi piccoli. ASCZ, Fondo Notarile, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 79 prot. 295, ff. 40v-54.

26 aprile 1630. In occasione del matrimonio tra Vittoria Lomoijo di Policastro e Joannes Fran.co Luchetta di Policastro, apparteneva alla dote della sposa: una casa palaziata con “catoijo” assieme al “largo seu orto de inansi detta Casa”, “con uno pede de fico”, posta dentro la terra di Policastro nel convicino della SS.ma Annunziata. ASCZ, Fondo Notarile, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 79 prot. 297, ff. 105-106.

[viii] 15 novembre 1644. Delia Callea, vedova del quondam U.J.D. Marco Antonio Guarani, vende al Rev.o D. Prospero Meo, un annuo censo di ducati 10 infisso sopra alcuni stabili, tra cui il “Praedium seu Possessionem” detta di “Cimicicchio”, “arboratam seu consitam sicomis, fiquibus”, ed altri alberi fruttiferi, “iuxta timpas de Napoli, de Sancta Catharina, et viam quae ducit ad Molendina Aquarii”, e altri fini. ASCZ, Fondo Notarile, Notaio G. M. Guidacciaro, Busta 182 prot. 803, ff. 117-118v.

[ix] 7 agosto 1644. Claritia Foresta, vedova dell’olim Joannes Baptista Pinelli, assieme a Catharina Foresta, vedova dell’olim Scipione Misiani, vendono al reverendo presbitero Prospero Meo del castro di San Mauro ma, al presente, “incola” in Policastro, l’annuo censo di ducati 3 per un capitale di ducati 30, infisso sopra alcuni loro beni, tra cui la possessione di detta Cattarina posta nel “districtu” di Policastro, loco detto “Sotto Santa Catherina”, “arboratam sicomorum ficuum, olivarum, et aliorum arborum”. ASCZ, Fondo Notarile, Notaio G. M. Guidacciaro, Busta 182 prot. 803, ff. 77-79.

[x] 5 febbraio 1608. In occasione del matrimonio tra Fran.co Commeriati de Scipione di Policastro, e Gratiusa de Strongolo, facevano parte della dote della sposa: una vigna alberata di gelsi, “fico”, ed altri alberi, posta nel territorio di Policastro loco detto “le manche”, confinante con altre vigne. ASCZ, Fondo Notarile, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 78 prot. 287, ff. 58-59.

[xi] 22 novembre 1644. Joannes Bernardino Accetta di Policastro, vende a Marcello Cervino di Policastro, la possessione appartenuta a suo padre, posta nel “districtu” di Policastro, loco detto volgarmente “la petra insellata”, “arboratam quercuum ficuum, sicomorum, pirorum” ed altri alberi, confine la “Viam publicam quae itur ad V(enera)b(i)lem Monasterium Divae Mariae de Manchis”, i beni dell’olim Petro Lamanno, i beni di Francisco Antonio Mauro, e altri fini. ASCZ, Fondo Notarile, Notaio G. M. Guidacciaro, Busta 182 prot. 803, ff. 120v-124.

[xii] 8 ottobre 1638. Joannes Dom.co Valente, ordinario serviente della regia curia di Policastro, asseriva che, nei giorni passati, aveva provveduto a fare esecuzione contro Polita Berardo, o Verardo, relativamente alla sua vigna arborata di “fico, Celsi”, ed altri alberi fruttiferi, posta nel territorio di Policastro loco detto “la chianetta seu santa sofia”. ASCZ, Fondo Notarile, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 80 prot. 305, ff. 78-79.

[xiii] 2 settembre 1607. Joannes Petro de Aquila e suo figlio Joannes And.a de Aquila, vendono a Joannes Alfontio Cerasaro, una “possessionem arborata sicomorum et ficorum nucum”, e altri alberi, posta nel territorio di Policastro loco detto “gorrufi”, confine la possessione di Nardo Cavarretta, i beni di Fran.co Antonio Scandale, e la possessione di Marco Antonio de Aquila. ASCZ, Fondo Notarile, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 78 prot. 287, ff. 37v-39.

7 agosto 1644. Claritia Foresta, vedova dell’olim Joannes Baptista Pinelli, assieme a Catharina Foresta, vedova dell’olim Scipione Misiani, vendono al reverendo presbitero Prospero Meo, del castro di San Mauro ma, al presente, “incola” in Policastro, l’annuo censo di ducati 3 per un capitale di ducati 30, infisso sopra alcuni loro beni, tra cui la possessione posta nel “districtu” di Policastro loco detto “Gorrufi”, “arboratam sicomorum ficuum, et aliorum arborum”, confine i beni dell’olim Paulo Morelli, i beni del quondam Narciso Ritia, e altri fini. ASCZ, Fondo Notarile, Notaio G. M. Guidacciaro, Busta 182 prot. 803, ff. 77-79.

15 febbraio 1645. Il Rev.s D. Salvatore Faragò di Policastro, avendo bisogno di ducati 50, con il beneplacito del vicario generale di Santa Severina, li riceve in prestito dal Rev.s D. Joannes Andrea Romano di Policastro, ponendo a garanzia alcuni suoi beni patrimoniali, tra cui la possessione chiamata “de Gorrufi”, “arboratam sicomorum, ficuum”, e altri alberi, posta nel “districtu” di Policastro, confine i beni degli eredi dell’olim Nicolai Grossi, gli eredi del quondam Joannis Dominici Valente, “Vallone mediante”, i beni di detto Rev. D. Joannes Andreae “à parte superiore via mediante”, e altri fini. ASCZ, Fondo Notarile, Notaio G. M. Guidacciaro, Busta 182 prot. 804, ff. 26-31.

[xiv] 30 settembre 1641. Lorentio de Martino di Policastro, vende a Prospero Cepale di Policastro, la “Possessionem” arborata con “sicomorum, ficorum, et quercuum”, posta nel territorio di Policastro loco detto “le limine”, confine le “terras dictas delli fiorilli”, il possedimento del dottor Lutio Venturi “dictu dello pantano”, e altri fini. ASCZ, Fondo Notarile, Notaio G. M. Guidacciaro, Busta 182 prot. 801, ff. 38v-39v.

[xv] 27 marzo 1607. Tullio Zupo e sua moglie Isabella Mazzuca, vendono a Fabio Bruna ed a sua moglie Lucretia Lansetta, la “possessionem arboratam sicomorum ficorum, et aliorum arborum”, posta in territorio di Policastro, nel loco detto “santo Dimitri”, confine i beni di Joannes Thoma Giordano, gli eredi di Vincenzo Mannarino, la “viam convicinalem”, e altri fini. ASCZ, Fondo Notarile, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 78 prot. 287, ff. 9-10v.

[xvi] 21 dicembre 1605. Vicensa Campana di Policastro, con il consenso di Hijeronimo Cansoneri suo marito, assieme a Minica Campana di Policastro, con il consenso di Fran.co Cavarretta di Adorno, vendono per la somma di ducati venti in moneta d’argento, a Joannes Ant.o Parmeri di Policastro, alcuni stabili provenienti dall’eredità della quondam Dianora Campana, loro sorella, tra cui: il “petium terre” “arboratum sicomorum et fici”, in loco detto “la fiomara”, confine le “terras” di Ferdinando Scigliano ,“et flumen Correntis”. ASCZ, Fondo Notarile, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 78, prot. 286, ff. 152-152v.

[xvii] 6 dicembre 1644. Octavio Accetta di Policastro, dona a Victoria Accetta sua figlia “Verginem in Capillo”, il “Vineale magnum” di circa 4 tomolate, posto nel “districtu” di Policastro, nel loco detto “li Jeni vulgo dicto la vota”, alberato con “uno pedi sicomori, et uno pede ficus”, confine i beni del doctore Lutio Venturi “à parte superiori”, “iuxta vallonem sicomorum dicti de Venturo”, e altri fini. ASCZ, Notaio G. M. Guidacciaro, Busta 182 prot. 803, ff. 130-131.

[xviii] 14 settembre 1637. Lucretia Furesta, con il consenso di Andrea Grano suo marito, vende per carlini 10 a Joannes Fran.co de Mauro di Policastro, un “pedem ficis” posto nel loco detto “lo molinaczo”. ASCZ, Fondo Notarile, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 80 prot. 304, ff. 86-87.

[xix] 15 novembre 1644. Delia Callea, vedova del quondam U.J.D. Marco Antonio Guarani, vende al Rev.o D. Prospero Meo, un annuo censo di ducati 10 infisso sopra alcuni stabili, tra cui il “Viridarium vulgo Jardino delli Copati alberato con “sicomis, fiquibus, vitibus”, posto nel territorio di Policastro, confine il “flumen Soleum”, e le terre che ancora possedeva Joannes Baptista Rogerio. ASCZ, Fondo Notarile, Notaio G. M. Guidacciaro, Busta 182 prot. 803, ff. 117-118v.

[xx] ASCZ, Fondo Notarile, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 78 prot. 288 ff. 110v-111.

[xxi] “Re Carlo scrive al Giustiziere di Capitanata di piantare il giardino che egli fa costruire in Manfredonia con le seguenti piante fruttifere oltre alle viti e cioè: cotogne, mandorle, pomi di Decio, peri di S. Regolo, prugni di Damasco, peschi, ciliegi, peri moscarelli, pomi granati, dolci e agresti, fichi, colombi, (sic) arance avellane rosse e lunghe e pomii di Mongibello.” Reg. Ang. XXII, p. 55.

[xxii] ASCZ, Fondo Notarile, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 875, ff. 011-012v.

[xxiii] ASCZ, Fondo Notarile, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 78 prot. 289 ff. 32v-33v; Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 876, ff. 24-26.

[xxiv] ASCZ, Fondo Notarile, Notaio G. M. Guidacciaro, Busta 182 prot. 803, ff. 21-23.

[xxv] AASS, Fondo Arcivescovile, volume 1A, ff. 52v-53.

[xxvi] 4 dicembre 1613. Joannes Fran.co Callea di Policastro e suo fratello Joannes Vincentio Callea, possedendo in comune ed indiviso alcuni beni stabili, decidono di dividerseli tra loro, tra cui una possessione arborata con diversi alberi domestici, posta nel territorio di Policastro, loco detto “Gorrufi”, confine la possessione di Scipione Romano, “sororis” Portia, Vitaliano Callea, e altri fini, di cui facevano due porzioni. Quella del detto Gio. Vincenso risultava limitata “della via publica in su lo moraglio moraglio fino che confina con li celsi di scipione romano, et confine le terre di soro Portia Callea”, con la quale si intendeva inclusa “la vigna confine l’altra via publica, che va all’insarco”, mentre, la parte della detta possessione di detto Gio. Fran.co s’individuava “delo moraglio di mezo detta possessione abascio arborato di celsi, et uno pede di sorvo uno pede di fico columbra quale parte confina con lo detto scipione, et la via publica, et per direttura allo termine della parte di detto Gio. Vincenso”. Con la stessa possessione andava incluso un pezzo di terra arborato “di cerse fico, et Pira” che, similmente al precedente, si divideva in due porzioni. ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 78 prot. 288, ff. 110v-111.

[xxvii] ASN, Real Militare Ordine Costantiniano, Libri maggiori e platee, busta 78/I, f. 17.

[xxviii] ASCZ, Fondo Notarile, Notaio Albozzino G., Busta 13, anno 1576-80, f. 40.

[xxix] ASCZ, Fondo Notarile Notaio Consulo B., busta 8, anni 1572-1582, f. 277.

[xxx] ASCZ, Fondo Notarile, Notaio Durande G. D., Busta 35, f. 22.

[xxxi] AASS, Fondo Capitolare, cartella 3D, fascicolo 1.

[xxxii] ASCZ, Fondo Notarile, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 875, ff. 11-12v.

[xxxiii] ASCZ, Fondo Notarile, Notaio Consulo B., busta 8, anni 1572-1582, f. 467v.

[xxxiv] ASCZ, Fondo Notarile, Notaio G. M. Guidacciaro, Busta 182 prot. 803, ff. 21-23.

[xxxv] ASCZ, Fondo Notarile, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 78 prot. 289, ff. 32v-33v.

[xxxvi] ASCZ, Fondo Notarile, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 876, ff. 24-26.

[xxxvii] AASS, Fondo Arcivescovile, volume 1A, ff. 45-45v.

[xxxviii] ASCZ, Fondo Notarile, Notaio Consulo B., busta 9, anni 1583-1599, f. 145v.

[xxxix] Pratesi A., Carte Latine di Abbazie Calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, 1958, pp. 331-333.

[xl] AASS, Fondo Arcivescovile, volume 41A, f. 63.

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Publicato da Arsac Ufficio Marketing Territoriale

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