L’Agricoltura calabrese raccontata attraverso le fonti storiche
di Pino RENDE Arsac Centro Divulgazione Agricola n°11

Notizie circa la coltivazione del riso in Calabria risalgono già alla fine del secolo XVII. A quel tempo il Fiore, trattando delle biade, afferma: “Ella non è una, sono più spezie de’ Frumenti, apparecchiate all’Umane necessità dalla natura, grano, saligine, farro, secala … miglio, riso, avena, luppini, ed in bontà fruttano nella Calabria”.[i] Nel Seicento non abbiamo alcuna notizia riguardante la coltivazione di questo cereale nel territorio crotonese dove esso aveva un ruolo marginale nell’alimentazione della popolazione. Rari sono i documenti che ne fanno menzione. Non essendo una produzione del luogo, esso era importato. Più che come un alimento di uso comune il riso era allora usato come spezia, per confezionare dolci, per medicamento,[ii] e dai pittori come collante e addensante.[iii]
Il riso, il pepe, lo zucchero, lo zafferano, la cannella, le mandole e l’incenso erano acquistati dagli “aromatari” di Crotone, tra le merci che giungevano nel porto della città. I principali fornitori provenivano da Malta e da Messina, dove vi erano gli empori di queste merci.
Un atto del notaio Pelio Tiriolo, rogato in Crotone il 16 maggio 1670, documenta il commercio del riso nell’Ionio. Da questo documento apprendiamo che la tartana “Muzza” del patrone maltese Antonio Icarti, “Sant’Anna e L’anime del Purgatorio”, con Baldassarro Andro di Malta nocchiere, Stefano Salvatore di Malta timoniere ed alcuni marinai, salpò da Malta in un giorno di marzo dell’anno 1670 con il suo carico di “cojra in pelo, lino, riso, manne di lino e altre “coselle minute”.
Attraccò dapprima ad Augusta, dove furono venduti un po’ di riso, del telame ed altre minutaglie, poi andò alla volta di Messina dove fu venduta una parte del riso, tela e un po’ di lino. Ripreso il mare, il giorno di Pasqua una “borrasca di venti” la spinse fino a Siracusa, da dove il giorno dopo un’altra “borrasca con venti di mezzi giorni e libici” la portò a Crotone.
Fermatisi alcuni giorni per vendere un po’ di merce, al tramonto del 16 maggio col bel tempo l’imbarcazione riprese il viaggio per Taranto e Gallipoli. Giunta a notte fonda sopra il capo dell’Alice, i marinai furono assaliti da due bastimenti che non riuscirono ad identificare “se furno galeotte o lancie”. Come videro che si erano fatti così vicini che quasi “saliano gente sopra”, abbandonarono la tartana con lo schifo e per la fretta “non hebbero tempo manco salvarsi i loro vestiti”.[iv]
Nel Settecento il riso, oltre che per confezionare dolci,[v] figura tra gli alimenti della dieta di monaci ed ecclesiastici del Crotonese, i quali se ne cibavano durante i giorni penitenziali di digiuno e astinenza e nella Quaresima, in quanto in tali giorni è proibito mangiare carne, uova e latticini sotto pena di peccato mortale. Allora il riso era parte del cibo della “mattina”, mai della sera, ed era associato di solito al pesce (baccalà, sarde, ecc.), ai legumi (fave, fagioli, ceci), ecc. I seminaristi di Santa Severina ed il loro rettore durante la Quaresima ne facevano un uso quasi quotidiano.[vi]
Anche le clarisse del monastero di Santa Chiara di Crotone se ne cibavano. Nel 1768/69 le monache erano tredici. Il loro vitto risulta vario, ricco di spezie e raffinato, dove sono presenti alcuni prodotti provenienti anche da fuori regione. Tra le spese fatte dal luglio 1768 al maggio 1769 dal procuratore del monastero, il canonico D. Francesco Torrone, troviamo che il 29 ottobre 1768, egli acquistò 40 rotoli di riso da Tomaso Paturzo spendendo 3 ducati e grana 60.[vii] Lo stesso discorso vale per le riserve del castello di Crotone. Con l’avvicinarsi della guerra nell’aprile 1733 esso è rifornito di viveri. Oltre a lardo, grano, sale, olio, vino, legna, aceto, formaggio pecorino e biscotto, vi sono anche 9 cantara e 21 rotoli di riso, che sono acquistati a ducati 8 il cantaro.[viii]

Estensione della coltivazione
Con l’aumento del suo consumo la coltivazione del riso si estese in tutto il regno durante il Settecento, quando la presenza di risaie cominciò a generare allarme da parte delle popolazioni che vivevano nelle loro vicinanze, in quanto si riteneva che i vapori emanati dai ristagni delle acque, favorissero l’espandersi della malaria.
Mentre si allargavano le proteste, per salvaguardare questa produzione, un decreto del Regno di Napoli, emanato il 16 luglio 1763, cercò di regolamentare la realizzazione delle risaie, ponendo alcuni vincoli a salvaguardia della salute pubblica: La “Semina de’ Risi sia proibita nella Distanza di due miglia da’ Luoghi abitati, le quali debban misurarsi per gradi, ed a linee dirette, non già obblique. Se tra i Luoghi abitati, ed i Luoghi di semina si framezzano Monti sollevati, ed eminenti, possa tolerarsi distanza minore di due miglia”.[ix]
La Prammatica pur ponendo dei limiti, lasciava ampia discrezionalità alle autorità incaricate del controllo. A loro era lasciata la facoltà di stimare l’incidenza dei monti o delle colline interposte tra la risaia e i luoghi abitati, valutare l’ampiezza della vallata e la natura del fiume. In tal modo spesso i coltivatori complici i periti, riuscivano ad evitare l’estirpazione.

Nella valle del Tacina
Le prime fonti che attestano la coltivazione del riso nel Crotonese risalgono alla prima metà dell’Ottocento. Si tratta di un documento conservato all’Archivio di Stato di Catanzaro, riguardante la realizzazione di una risaia sulla riva destra del fiume Tacina, in territorio di Policastro (oggi Petilia Policastro). Da questo documento apprendiamo che, a quel tempo, lungo la riva sinistra del fiume, tra le località di “Monumenta” (“Niffi”) e “Petraro”, esistevano le risiere di Pasquale Larosa, del Sig.r Mauro, di Sapece e dell’arciprete Ricci; mentre lungo la riva destra del fiume, in località “Jannello”, vi era quella di Venturi e a “Tofilica” quella di Domenico Mingaggio di Policastro.
Quest’ultima era stata realizzata e coltivata illegalmente in una parte di terreno appartenente al possidente Pantaleone Tronca di Policastro. Nel 1832 Domenico Mingaccio era stato denunciato per contravvenzione contro la salute pubblica, avendo coltivato “riso acquaiolo” in località Tofilica “senza uniformarsi alle prescrizioni del Signor Intendente della Provincia de’ dodeci Luglio, e tredici Agosto mille ottocento trenta”. Per tale ragione il 31 agosto 1832 era stato condannato, ma solo per non aver chiesto l’autorizzazione, in quanto la coltivazione non fu ritenuta “nociva alla salute pubblica degli abitanti, e passeggieri de’ paesi e strade limitrofe”.
I “periti probi ed intelligenti” incaricati a verificare se la risaia fatta nel terreno del Tronca in contravvenzione fosse nociva alla salute degli abitanti dei paesi vicini ed ai passeggeri della vicina strada, “tanto sotto i rapporti di prossimità quanto per la località ed influenza de’ venti”, dichiararono “che la risaia in parola riguardata sotto tutti i rapporti non pregiudicava mica la salute pubblica, mentre questa veniva garantita da tutte le circostanze prevedute nell’articolo sotto titolo primo del regolamento generale di Servizio Sanitario”.
Il giudice pur avendo accertato la negligenza del sindaco di Policastro, che non ne aveva segnalato la realizzazione, e preso atto delle dichiarazioni dei periti, non ordinò la distruzione della risaia, in quanto “farebbe lo stesso che avvilire l’industria agricola, senza ottenere lo scopo salutare”.
L’anno dopo il Mingaccio forte della sentenza e della perizia, richiese il permesso di coltivare il riso, che gli fu accordato, nonostante le proteste delle popolazioni dei paesi vicini per paura della malaria che la presenza della risaia avrebbe potuto favorire. L’undici aprile 1833 il consigliere provinciale M. Berlingieri a nome del sotto intendente di Crotone cercava di rassicurare il sindaco di Policastro avvisando che, pur autorizzando la coltivazione del riso in detto luogo, questa “deve usarsi con larghi solchi, in modo da poter ricevere le acque, ed avere il necessario scolo, per evitarsi così ogni nocevole esalazione … voglia diligentemente e con rigore vegliare onde la coltura del riso si esegua, non secondo il solito con aiuole arginate ma a grandi solchi perché le acque non possono ristagnare, ma ricevono il necessario scolo”.

Abbandono della coltivazione
Nel 1834 il Mingaccio rinnovò la richiesta, allegando gli stessi documenti prodotti l’anno precedente, ma dopo “aver speso immense somme negli travagli”, fu impedito. Il sotto intendente di Crotone il 9 giugno 1834, aveva avvisato l’intendente della Calabria Ultra 2.a di Catanzaro, che il decurionato di Policastro aveva dato parere negativo al rinnovo della risiera. Da una nuova indagine, infatti, era risultato che la parte del fondo Tofilica, dove il Mingaccio aveva coltivato il riso nell’anno precedente ed aveva intenzione di coltivarlo nuovamente, era distante da Mesoraca e Policastro miglia tre meno un ottavo d’aria, da Roccabernarda un miglio e tre quarti, e da San Mauro un miglio meno pochi passi.
Essa era limitata dal fiume Tacina e tra la detta parte di terreno, San Mauro e Roccabernarda, si frapponeva il solo monte Fuscaldo, mentre tra la stessa e gli abitati di Mesoraca e di Policastro, esistevano delle piccole colline. Per quanto riguardava poi i venti: si stimava che quelli da est e da nord avrebbero potuto portare le esalazioni pestifere tanto a Mesoraca che a Policastro; mentre quelli da sud a San Mauro e a Roccabernarda, non trovando ostacolo nella catena del monte Fuscaldo e nella corrente del fiume Tacina. Il 12 luglio 1834 il sotto intendente di Crotone informava l’intendente della provincia di Calabria Ultra 2.a, che il sindaco di Policastro aveva già intimato l’ordine di divieto a Domenico Mingaccio.
La prima perizia della quale si faceva forte il Mingaccio fatta dai “periti probi e intelligenti” aveva certificato che la risiera di Tufilica si trovava a miglia nove da Policastro e a miglia undici da Mesoraca, mentre quella dell’arciprete Ricci era a miglia sette da Roccabernarda e la risiera di Sajace a miglia quattro da San Mauro. Queste misurazioni, tuttavia, facevano riferimento al percorso viario. Nella seconda perizia del 1834 la risiera di Tofilica risultò distante in linea retta da Mesoraca e Policastro miglia tre meno un ottavo d’aria. Da Roccabernarda un miglio e tre quarti. Da San Mauro un miglio meno pochi passi. Perciò non rispettava il vecchio decreto del 16 luglio 1763.[x] Fu così che a seguito delle proteste delle popolazioni e delle inondazioni del fiume, la coltivazione del riso nella valle fu abbandonata ed in seguito non se ne hanno più notizie.
Note
[i] Fiore G., Della Calabria Illustrata I, p. 268.
[ii] Tra le spese annuali del convento domenicano di Santa Caterina di Simeri del 1650 vi è “Per pipe zafarana cannella amendoli, zuccaro et riso copeta si sono spese in tutti sei anni docati 22- 1 – 5 vengono a raggione di carlini vinti, l’anno”. ASV, S. C. Stat. Regul. Relationes, 25, f. 748v.
[iii] Il pittore Leonardo Vetere aveva la sua bottega in piazza, bottega che Lupo Leto aveva comprato da Alfonso Giuliano. Nella bottega vi erano: “Una scatola con due r.la di confett.ne, un’altra con cinq.e r.la inc.a di pepe, un’altra piena di talco, sei altre piene di terra di colori, quattro mazzi di candele bianche d’incesare, venti r.la di piombo in virghe, otto garaffe di vitro piene dacqua coi fiori, diciotto panetti di Bianchetto, dentro uno stipo seù riposto, diece albaretti di conserve, dentro un altro riposto dui orinali pieni di terra di colori, cinq. altri albari grandi di conserve, un mazzo di carta di scrivere, quattro r.la di virziò rosso, sette librelle di bambace, dudici altre scatole di legno vacue, una scatola tonda con venti r.la di grano riso una bilancia grande di rame, un’altra piccola con li pesi dottone et onze quattro di zafarano dentro una scatola di stagno”. ASCZ, Not. Protentino F. G., B.
[iv] ASCZ, Not. Tiriolo Pelio, Busta 253, anno 1670, ff. 46v-47.
[v] I minimi del convento di Roccabernarda solitamente in ottobre/novembre di ogni anno acquistavano a Crotone due o tre rotoli di riso assieme al pepe, allo zucchero, alla cannella, incenso e alle mandole (ottobre 1734: tre rotoli di riso 0 – 1 – 3; mezzo rotolo di pepe 0 – 2 – 10; un rotolo di zucchero 0 – 1 – 10; cannella 0 – 1 – 10; un rotolo e mezzo di mandorle 0 – 1 – 1; Novembre 1735: due rotoli di riso; due di mandorle; un quarto di pepe; un oncia di cannella e un rotolo di zuccaro, …”. ASCZ, Cassa Sacra, Libri Antichi e Platee, 80/12.
[vi] AASS, Fondo Arcivescovile, Volume 67A. Seminario Arcivescovile – Amministrazione 1722 – 1745, Libro di Esito in tempo della Procura principiata da D. Simone d’Alessandro per il V.le Seminario di Santa Severina.
Esito per le spese cibarie cotidiane.
Gennaio 1723
A 1 Venerdi la matt.a menestra verde, faggioli, per il Rettore due ova, la sera insalata, semola e olivi.
A 2 Sabbato matt.a menestra verde, ceci per il Rettore due ova, la sera insalata, pan cotto e noci.
A 3 Dom.ca matt.a menestra verde, carne di porco, la sera insalata, tagliolini e cacio.
A 4 Lunedi matt.a menestra verde, carne di porco, la sera insalata, semola e cacio.
A 5 Martedi matt.a menestra verde, carne di porco, la sera insalata, pan cotto e cacio.
A 6 Mercordi matt.a menestra verde faggioli e per il Rettore due ove, la sera insalata, tagliolini e olivi.
A 7 Giovadi matt.a menestra verde, carne di porco, la sera insalata pan cotto e olivi.
A 8 Venerdi matt.a menestra verde, ceci e per il Rettore due ova, la sera insalata, semola e castagne.
A 9 Sabbato matt.a menestra verde, fave e per il Rettore due ova, la sera insalata, pan cotto e noci.
A 10 Dome.ca matt.a menestra verde, carne di porco, la sera insalata, tagliolini e cacio-
A 11 Lunedi matt.a menestra verde, carne di porco, la sera insalata semola e castagne, si partì il coco.
A 12 Martedi matt.a menestra verde, carne di porco, la sera pan cotto, insalata e noci.
A 13 Mercordi matt.a menestra verde, ceci, la sera insalata e per il Rettore due ova, tagliolini e castagne.
A 14 Giovedi matt.a menestra verde,carne di porco, la sera insalata, semola e cacio. S’aggiunsero alle spese tre fabricatori.
A 15 Venerdi con li medemi fabricatori matt.a menestra verde, ceci e per il Rettore due ova e per li fabricatori olivi e cacio, la sera insalata, pan cotto e castagne e vino per due giarri per li fabricatori.
A 16 Sabbato matt.a menestra verde, cacio per tutti, olivi e castagne, la sera tagliolini, noci e per il Rettore due ova.
A 17 Dom.ca matt.a menestra verde, carne di porco, la sera semola castagne
A 18 Lunedì matt.a menestra verde, carne di porco, la sera pan cotto e cacio.
A 19 Martedi matt.a menestra verde, carne di porco, la sera tagliolini, noci e castagne.
A 20 Mercordi matt.a menestra verde, tagliolini, la sera pan cotto e castagne e per il Rettore due ova.
A 21 giovedi matt.a menestra verde, carne di porco, la sera semola e cacio.
A 22 venerdi matt.a menestra verde, pesci, la sera tagliolini e pesci, entrò il coco novo.
A 23 Sabbato matt.a menestra verde, pesci, la sera pan cotto pesci.
A 24 Dom.ca matt.a menestra verde, carne di porco, la sera tagliolini, noci.
A 25 Lunedì matt.a menestra verde, carne di porco, la sera semola e cacio.
A 26 Martedi matt.a menestra verde, carne di porco del seminario, la sera pan cotto e castagne.
A 27 Mercordi matt.a menestra verde, carne di porco del seminario, la sera tagliolini e noci.
A 28 Giovedi matt.a menestra verde, carne di porco del seminario, la sera pan coptto e castagne.
A 29 Venerdi matt.a menestra verde, faggioli e olivi, la sera tagliolini e noci.
A 30 Sabbato matt.a menestra verde ceci e castagne, la sera semola e castagne e per il Rettore due ova.
A 31 Dom.ca matt.a menestra verde, carne di porco del Seminario, la sera tagliolini e cacio.
Febraio 1723
A 1° Lunedì menestra verde, carne di porco del seminario, sera pan cotto e castagne.
A 2 Martedì menestra verde carne di porco del seminario, sera tagliolini e noci.
A 3 Mercoledì menestra verde, carne di porco del seminario, sera semola e noci.
A 4 Giovedì menestra verde, carne di porco, sera tagliolini, cacio castagne
A 5 venerdì menestra verde, ceci; per il Rettore due ova, sera semola e castagne, per il Rettore due ova.
A 6 Sabbato menestra verde faggioli; per il Rettore due ova, sera pan cotto e cacio.
A 7 Domenica matt.a menestra verde, carne di porco, sera tagliolini e cacio.
A 8 Lunedì menestra verde, carne di porco, sera gelatina, pan cotto e salsiccia.
A 9 Martedì menestra verde, carne di porco, sera salsiccia tagliolini e castagne.
A 10 Mercoledì (Ceneri) menestra verde, fave e cacio, sera castagne, olive.
A 11 Giovedì menestra verde, faggioli e tagliolini, sera noci e castagne.
A 12 Venerdì menestra verde pan cotto e ceci sera olive e noci.
A 13 Sabbato baccalà, ceci e semola, sera castagne e noci.
A 14 Dom.a baccalà, faggioli e riso. Sera tagliolini e castagne,
A 15 Lunedì fave pan cotto e ceci sera olivi e noci.
A 16 Martedì baccalà, riso, minestra verde gr. 3 sera olivi e castagne.
A 17 Mercordì cocozza ceci tagliolini sera olivi e noci.
A 18 Giovedì ceci, baccalà faggioli, sera castagne.
A 19 Venerdì fave tagliolini, cicercola sera olivi e noci e per il Rettore tre sarde salate.
A 20 Sabbato semola, ceci e pan cotto sera castagne e per il Rettore tre sarde salate.
A 21 Dom.a riso e baccalà sera tagliolini e olivi e castagne e per il Rettore tre sarde
A 22 Lunedì fave pan cotto e ceci e per il Rettore tre sarde salate sera olivi e fichi secchi.
A 23 Martedì Tagliolini, faggioli e baccalà e due sarde salate per il Rettore, sera noci e castagne.
A 24 Mercordì menestra verde, fave e ceci e per il Rettore tre sarde salate, sera olivi e castagne.
A 25 Giovedì riso, cocozza, e baccalà, sera noci e per il Rettore due sarde salate.
A 26 Venerdì fave, faggioli e pan cotto e per il Rettore tre sarde salate. Sera olivi e noci.
A 27 Sabbato cicercola, tagliolini e riso e per il Rettore tre sarde, sera castagne e fichi secchi.
A 28 Dom.ca riso e baccalà, sera tagliolini ed olivi e per il Rettore tre sarde.
Marzo 1723
A 1°Lunedì fave, tagliolini e pesce sera olivi e noci.
A 2 Martedi riso, ceci e pesce sera castagne
A 3 mercordì pan cotto, faggioli e pesce sera castagne e olivi.
A 4 Giovedì tagliolini, riso, pesce sera noci e fichi secchi
A 5 Venerdì semola, fave e faggioli e per il Rettore tre sarde salate, sera castagne e olivi.
A 6 Sabbato pan cotto, faggioli e pesce, sera castagne.
A 7 Domenica cocozza, pesce, sera tagliolini e fichi secchi.
A 8 Lunedì baccalà, fave e olivi sera castagne.
A 9 Martedì ceci, riso, faggioli et il Rettore tre sarde salate sera noci ed olivi.
A 10 Mercordì pan cotto, baccalà e cicercola sera castagne.
A 11 Giovedì fave, riso e pesce sera noci.
A 12 Venerdì cicercola, tagliolini e pesce sera olivi e castagne.
[vii] AVC, 1768 e 69 Esito per il Ven.le Monastero di S. Chiara Gov. Il Can.co D. Francesco Torrone, f. 11.
[viii] Copia Auth.a delle Spese fatte per la guerra e bonificati l’atrassi del 1734 dell’Un.tà di Cotrone. ASCZ, Not. Pelio Tirioli, B. 665, f.lo 1738, ff. 129 – 134.
[ix] Dizionario delle leggi del Regno di Napoli, Napoli 1788, t. IV, p. 17.
[x] ASCZ, Intendenza di Calabria Ulteriore seconda, Sanità, b. 1, fasc. 26, anno 1834.