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Produzione agricola ed economia nel Marchesato di Crotone verso la fine del Medioevo

L’Agricoltura calabrese raccontata attraverso le fonti storiche

 

Altilia presso Santa Severina (KR)

Il ritrovamento di un documento conservato all’Archivio di Stato di Napoli,[i] in cui sono annotati i conti relativi alle entrate e alle uscite del monastero florense di Santa Maria di Altilia, presso Santa Severina, registrate durante l’annata della IX indizione (primo settembre 1490 – ultimo di agosto 1491), ci consente di acquisire informazioni preziose circa le principali produzioni agricole realizzate a quel tempo nel Crotonese, e sulla economia complessiva di questo territorio in rapporto ai luoghi vicini e al Cosentino.

L’entrata principale del monastero era costituita dal frumento, in parte raccolto attraverso la coltivazione diretta delle sue terre che, in relazione a quanto risultava dall’inventario dei suoi magazzini compilato il 26 ottobre 1490, era pari a tomoli 148 e ½ di “grani”, misurato alla “mensure Cutroni”. A questo ne andavano aggiunti altri tomoli 79 e ½, sempre alla misura di Crotone, che alcuni particolari corrispondevano al monastero per l’affitto dei suoi mulini, per un totale di tomoli 228.[ii]

Altro grano giungeva al monastero dall’affitto (terragio) della gabella detto “lo parapotamo” presso il Neto, per la quale donna Andreana de Cutrone e suo fratello, avevano corrisposto tomoli 64 di grano sempre alla misura di Crotone,[iii] mentre altri 2 tomoli erano stati corrisposti dal un tale di Roccabernarda, per il “teragio” di un pezzo di terra a “virde” in territorio di San Mauro. Cola Milea di Santa Severina, invece, aveva consegnato durante l’annata corrente, 2 tomoli di frumento relativi ad una sua pendenza precedente.[iv] Sempre relativamente ad un conto precedente, il monastero aveva ricevuto 2 tomoli di grano anche da Margherita delo Dieni.[v]

Il consumo di grano da parte del monastero era rappresentato in primo luogo, da quello che serviva per il vitto dei cinque monaci presenti a quel tempo: Luca (priore), Bernardo, Tomaso, Benedetto e Francesco, ai quali spettava ciascuno 1 tomolo di grano al mese, per un totale che era stato di 50 tomoli per 10 mesi. In questo periodo, il loro vitto aveva compreso complessivamente, anche 15 litre di olio, 40 pezze di “caso” e tomoli 2 e ½ di legumi. Questi ultimi rappresentavano la naturale integrazione proteica alla dieta alimentare dei monaci basata sui cereali, che prevedeva il consumo di ceci e di “cicerchia”,[vi] ma anche di fagioli, come testimoniano però solo documenti di epoche successive che, per quanto riguarda questi ultimi, la cui coltivazione fu introdotta dopo la scoperta dell’America, menzionano nella zona l’esistenza della varietà “occhi nirella” o “ochi niurella”.[vii]

Oltre al vitto, i monaci ricevevano dal procuratore del monastero anche un “salario et conpanagio”, che era di 9 ducati per il priore, ducati 3 e tari 3 per frate Bernardo (relativamente alla terza di agosto), ducati 6, tari 2 e grana 10 per frate Benedetto, e di ducati 4, tari 2 e grana 10 per frate Francisco e frate Tomaso.[viii]

Tra le uscite vi era poi 1 tomolo di grano che, come al solito, il procuratore aveva consegnato ai monaci per fare il pane in occasione della festa di San Benedetto,[ix] (21 marzo) mentre altri 2 tomoli erano stati utilizzati in occasione della festa solenne della Vergine a cui era intitolato il monastero.[x] Vi erano poi tomoli 3 e quarti 2 con i quali era stato retribuito un certo Sicilia, per aver lavorato all’oliveto del monastero da dicembre fino alla metà di marzo, e i 2 quarti dati ad un albanese che lo aveva aiutato.[xi] Un altro tomolo di grano era stato dato al detto Sicilia per ulteriori lavori effettuati nella vigna e nell’oliveto del monastero.[xii]

Un’altra parte del grano fu invece venduta a più persone, a cominciare da quello che, rinvenuto guasto nel magazzino, fu svenduto a prezzi variabili compresi tra grana 17 ½[xiii] e tari 1 grana 10 al tomolo.[xiv]

La produzione cerealicola del monastero consentiva di coprire anche il fabbisogno dello “someri” (asino), cui erano destinati una parte dei tomoli 29 e quarti 2 dell’“orgio” tenuto in magazzino, per la consegna fatta durante l’annata passata a frate Bernardo dal vecchio procuratore Berardino, anche se dall’inventario si rilevava che ne mancavano 2 tomoli. Durante l’annata corrente, invece, altri 4 tomoli di orzo erano stati consegnati al monastero da donna Andreana de Cutrone, in relazione all’affitto della gabella di Parapotamo.[xv] Considerato che per alimentare il somaro erano bastati tomoli 9 e quarto 1 di orzo, i restanti tomoli 20 e quarto 1 furono venduti a più persone, al prezzo di grana 10 al tomolo.[xvi]

La raccolta del grano (da storicang.it).

Serviva invece “per uso deli palumbi” del monastero, il “miglo” che quest’ultimo riceveva a titolo di terragio da coloro che detenevano in affitto le terre di San Mauro: 7 tomoli da Dominico Russo di Santa Severina, 2 tomoli da Matteo Guardata e 3 tomoli da Paulo Budino. Anche in questo caso tale quantità eccedeva largamente quella necessaria ad alimentare i volatili, e fu quindi venduta quasi tutta ad alcuni greci o “morey”, ossia Giorgio Grisumsa, Petro Baffe e compagni, che ne acquistarono tomoli 11 e quarti 2, al prezzo di grana 11 al tomolo.[xvii]

Da coloro che avevano preso in fitto e coltivavano le terre di San Mauro giungeva al monastero anche il quantitativo di “ciceri” che necessitava per il vitto dei monaci e del procuratore. Durante l’annata corrente, Antonio Baccari per ragione di “teragio”, consegnò 2 quarti di ceci, Dominico Russo e Matteo Guardata 1 tomolo ciascuno, mentre altri 2 quarti furono consegnati da Antonio de Amato, che deteneva in fitto le terre di “ardaburi” in territorio di Santa Severina. Considerato che anche per questo genere, la quantità ottenuta sopravanzava le necessità dei monaci, 1 tomolo di ceci al prezzo di grana 12, fu venduto all’albanese Giorgio Grisumsa.[xviii]

Era utilizzato per il vitto dei monaci anche l’olio che produceva il loro oliveto, utilizzato anche per alimentare e far ardere le lampade del monastero, in particolare in occasione della festa di San Benedetto. Secondo l’inventario per soddisfare tali bisogni, si sarebbero dovuti trovare nei magazzini 3 “jarre” contenenti 100 “litre” di “oleo”,[xix] ma il procuratore ne rinvenne solamente 90.[xx]

Nei magazzini del monastero vi erano anche anche 6 botti, 2 vuote e 4 piene di “vino exstimatum” che, dedotta la “fecza et buglitura”, e sommando quello contenuto in un “Carratello”, faceva in tutto salme 17 e ½, anche in questo caso meno della quantità registrata nell’inventario.[xxi] In un altro “Carratello” si conservava invece dell’aceto che si utilizzava per la mensa del monastero.[xxii] Questo vino oltre a servire per il vitto dei monaci e per il consumo che se ne faceva in occasione delle feste di San Benedetto e di Santa Maria: in tutto salme 7 e barili 2 durante l’annata in corso, nonché per il vitto e l’uso del procuratore, a cui erano andate salme 4 durante lo stesso periodo,[xxiii] era utilizzato per retribuire i lavoranti che prestavano la loro opera per i bisogni dei monaci. Come nel caso di coloro che avevano effettuato i lavori necessari alla coltivazione delle vigne: Luciano Capocza che, per 4 giornate di lavoro, ricevette 3 “meczanelle” di vino, Paulo Capocza e Damiano dela Pimella che, per 3 giornate ne ebbero 2, e Antonio Russo che, per due giornate, ne ebbe una. A Sicilia, invece, che si era occupato per tre mesi e mezzo della coltivazione del frumento del monastero, furono corrisposti 4 barili di vino.[xxiv]

Oltre ai cereali e alle leguminose da granella, gli affittuari dei terreni del monastero messi a semina corrispondevano ai monaci a titolo di terragio, anche una certa quantità di altre produzioni tipiche del territorio,[xxv] a cominciare dal lino che, durante l’annata corrente, fruttò loro: 1 quarto di “linusa” da Antonio de Amato, e 2 quarti ciascuno da Antonio Baccari, Dominico Russo e Matteo Guardata. Sempre a titolo di terragio, quest’ultimo corrispose al monastero anche 1 quarto di sesamo (“jurgulena”) che aveva coltivato nelle terre di “mogana”[xxvi] in territorio di Santa Severina.

Tomoli 1 e quarti 3 di questo seme di lino (“linusa”) furono venduti al prezzo di grana 10 il tomolo a Petro Benincasa dei Casali di Cosenza.[xxvii] Ad una certa Dialta invece, furono vendute 8 “pise” di lino a 10 grana la pisa, mentre un’altra pisa fu venduta a Composta de Cefero allo stesso prezzo. A più persone di Paterno furono vendute anche 19 “pise” di cotone (“bambachi”), per il prezzo di carlini 11 e ½, mentre la canapa (“cannapo”) ricevuta dagli affittuari si trovava ancora tutta in magazzino.[xxviii]

Rispetto a queste entrate in natura, dall’affitto a pascolo delle sue terre solitamente date ai pastori dei Casali di Cosenza, il monastero riceveva in primo luogo denaro contante, ma anche formaggio e altri generi, che si usavano per il vitto e la mensa dei monaci.

Per la metà del tenimento di “salina” detto di “neto”, posto in tenimento di Roccabernarda, preso in affitto da donno Bernardo Puglise e compagni del casale di Cellara, il relativo contratto prevedeva il pagamento di ducati 19 e tari 2 per la “tanda” di Natale, più 25 paia di casicavalli, oltre a ducati 1 e tari 1 per il diritto di Finaita del tenimento di Casale Novo.[xxix] Tali affittuari erano tenuti al pagamento della stessa cifra di ducati 1 e tari 1 per il diritto di Finaita anche riguardo il tenimento di Molerà.[xxx] Altri 20 ducati erano previsti come pagamento della “tanda” di Pasqua.[xxxi]

Il pagamento diviso nelle due rate di Natale e Pasqua, si registra anche dai contratti d’affitto degli altri terreni del monastero dati a pascolo, come riscontriamo nel caso dell’altra metà del tenimento della “salina” affittato ad Adorno de Perrono, Antonio Guaruffo e Jesualdo Inbriaco di Figline, che si erano impegnati a pagare in tutto 40 ducati, 100 pezze di “caso”, più 1 montone e 1 capretto,[xxxii] calcolati tari 1 e grana 6,[xxxiii] per il diritto di Finaita del tenimento di Casale Novo “juxta salinam”.[xxxiv]

Bencardino Muto di Aprigliano e donno Bernardo Puglise di Figline, invece, avevano preso in affitto il tenimento di “blasiematum” o “brasomati” (Brasimato) in territorio di Crotone, impegnandosi a pagare ducati 17 e 5 paia di casicavalli a Natale,[xxxv] più altri ducati 17 a Pasqua.[xxxvi] Il detto Bencardino aveva dovuto pagare al monastero per le sue vacche che pascolavano queste terre, anche ducati 2 a titolo di Disfida.[xxxvii]

Relativamente agli “herbagii” della “manca de messer alexandro” in tenimento di Crotone, Jacobello delo Massaro pagò complessivamente 6 ducati, suddivisi nelle due solite tande,[xxxviii] mentre, relativamente al pascolo dei terreni del monastero esistenti nella “sila de co.za”, il procuratore ricevette per mano di frate Bernardo, a titolo di Fida, ducati 3 pagati da Faczaro Cidaptolo della Roccabernarda[xxxix] e tari 2 da Philippo de Palmeri.[xl] Altri tari 14 e grana 5 li incassò in relazione alle entrate della Sila, per mano di Luca, priore del monastero, da questi ricevuti per mano di Juliano de Mayda baiulo silano.[xli]

Altro denaro contante giunse nelle casse del procuratore da coloro che utilizzarono il battenderio del monastero, come Joannes Benencasa e Antonio de Amato che pagarono tari 1 e grana 17 per “panno balcato allo bactenderio”,[xlii] e da coloro che presero in affitto la palumbara “dela petra”, quella “dela camocella” e quella “de caria”, per le quali, rispettivamente, un certo Finamore pagò ducati 2 tari 1 e grana 10,[xliii] Antonio Amoruso tari 1 e grana 10, e Francisco de Admino della Roccabernarda ducati 1, tari 2 e grana 10.[xliv]

Lavoratori impegnati nella coltivazione del lino sull’altopiano silano (foto fornita da Daddo Scarpino).

Note

[i] ASN, Dipendenze della Sommaria – I serie (inv. 90t), Economi regi 306/3.

[ii] ASN, Dipendenze della Sommaria – I serie (inv. 90t), Economi regi 306/3, f. 2r.

[iii] ASN, Dipendenze della Sommaria – I serie (inv. 90t), Economi regi 306/3, f. 2v.

[iv] ASN, Dipendenze della Sommaria – I serie (inv. 90t), Economi regi 306/3, f. 2v.

[v] ASN, Dipendenze della Sommaria – I serie (inv. 90t), Economi regi 306/3, f. 3r.

[vi] 1568, Melissa. “Una Salma de Ciceri et cicerchia a q.actro Car.ni lo t.o d.ti 2.2.0”. ASCZ, Notaio Cadea Cesare Cirò, busta 6, f. 102.

[vii] 1735. “per un tumulo di occhi nirella carlini dodici d. 1-1-0”. “Per un quarto di ochi niurella carlini due d. 0-1-0”. ASCZ, Libri Antichi e Platee, Cartella 80/12, ff. 9 e 13.

[viii] ASN, Dipendenze della Sommaria – I serie (inv. 90t), Economi regi 306/3, f. 6r.

[ix] ASN, Dipendenze della Sommaria – I serie (inv. 90t), Economi regi 306/3, f. 5r.

[x] ASN, Dipendenze della Sommaria – I serie (inv. 90t), Economi regi 306/3, f. 5v.

[xi] ASN, Dipendenze della Sommaria – I serie (inv. 90t), Economi regi 306/3, f. 5r.

[xii] ASN, Dipendenze della Sommaria – I serie (inv. 90t), Economi regi 306/3, f. 5v.

[xiii] ASN, Dipendenze della Sommaria – I serie (inv. 90t), Economi regi 306/3, f. 5v.

[xiv] ASN, Dipendenze della Sommaria – I serie (inv. 90t), Economi regi 306/3, f. 27r.

[xv] ASN, Dipendenze della Sommaria – I serie (inv. 90t), Economi regi 306/3, f. 8r.

[xvi] ASN, Dipendenze della Sommaria – I serie (inv. 90t), Economi regi 306/3, f. 9r.

[xvii] ASN, Dipendenze della Sommaria – I serie (inv. 90t), Economi regi 306/3, ff. 11r-12r.

[xviii] ASN, Dipendenze della Sommaria – I serie (inv. 90t), Economi regi 306/3, ff. 13r-14r e 29r.

[xix] ASN, Dipendenze della Sommaria – I serie (inv. 90t), Economi regi 306/3, f. 2r.

[xx] ASN, Dipendenze della Sommaria – I serie (inv. 90t), Economi regi 306/3, ff. 19r-20r.

[xxi] ASN, Dipendenze della Sommaria – I serie (inv. 90t), Economi regi 306/3, f. 21r.

[xxii] ASN, Dipendenze della Sommaria – I serie (inv. 90t), Economi regi 306/3, f. 2r.

[xxiii] ASN, Dipendenze della Sommaria – I serie (inv. 90t), Economi regi 306/3, f. 23r.

[xxiv] ASN, Dipendenze della Sommaria – I serie (inv. 90t), Economi regi 306/3, ff. 22r-23r.

[xxv] “Item pro adiustatura belantiarum magnarum ad vendendum linum et banbacem solvitur ab hesteris carlenum unum eq.aliter dividendum ut s.a.” AVC, Reintegra di Andrea Carrafa, 1518, f. s.n.

[xxvi] ASN, Dipendenze della Sommaria – I serie (inv. 90t), Economi regi 306/3, f. 15r.

[xxvii] ASN, Dipendenze della Sommaria – I serie (inv. 90t), Economi regi 306/3, f. 15v.

[xxviii] ASN, Dipendenze della Sommaria – I serie (inv. 90t), Economi regi 306/3, f. 18r.

[xxix] ASN, Dipendenze della Sommaria – I serie (inv. 90t), Economi regi 306/3, f. 24r.

[xxx] ASN, Dipendenze della Sommaria – I serie (inv. 90t), Economi regi 306/3, f. 24v.

[xxxi] ASN, Dipendenze della Sommaria – I serie (inv. 90t), Economi regi 306/3, f. 26r.

[xxxii] ASN, Dipendenze della Sommaria – I serie (inv. 90t), Economi regi 306/3, ff. 24v e 26v.

[xxxiii] ASN, Dipendenze della Sommaria – I serie (inv. 90t), Economi regi 306/3, f. 27v.

[xxxiv] ASN, Dipendenze della Sommaria – I serie (inv. 90t), Economi regi 306/3, f. 28r.

[xxxv] ASN, Dipendenze della Sommaria – I serie (inv. 90t), Economi regi 306/3, f. 24v.

[xxxvi] ASN, Dipendenze della Sommaria – I serie (inv. 90t), Economi regi 306/3, f. 26v.

[xxxvii] ASN, Dipendenze della Sommaria – I serie (inv. 90t), Economi regi 306/3, f. 25v.

[xxxviii] ASN, Dipendenze della Sommaria – I serie (inv. 90t), Economi regi 306/3, ff. 24v e 26v.

[xxxix] ASN, Dipendenze della Sommaria – I serie (inv. 90t), Economi regi 306/3, f. 25v.

[xl] ASN, Dipendenze della Sommaria – I serie (inv. 90t), Economi regi 306/3, f. 26v.

[xli] ASN, Dipendenze della Sommaria – I serie (inv. 90t), Economi regi 306/3, f. 27v.

[xlii] ASN, Dipendenze della Sommaria – I serie (inv. 90t), Economi regi 306/3, f. 24r.

[xliii] ASN, Dipendenze della Sommaria – I serie (inv. 90t), Economi regi 306/3, f. 24v.

[xliv] ASN, Dipendenze della Sommaria – I serie (inv. 90t), Economi regi 306/3, f. 25r.

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Publicato da Arsac Ufficio Marketing Territoriale

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