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AGROENERGIA: Il nuovo hub di interscambio tra territorio e centri urbani

Territorio ed energia si incontrano in una prospettiva di convergenza, superando la vecchia logica della contrapposizione alternativa.
Dr agr. Domenico SOLANO – Divulgatore Agricolo Arsac-Calabria

Immagine schematico/illustrativa – generata con AI

Il settore agricolo sta attraversando una fase di ridefinizione profonda. Se per secoli il ruolo primario dell’agricoltore è stato quello di produttore di derrate alimentari, oggi la crisi climatica e la necessità di una sovranità energetica nazionale impongono una nuova visione: l’agricoltura come vero e proprio hub di produzione di energia rinnovabile. In questo mutato scenario, il termine “agroenergia” non identifica più una semplice integrazione al reddito aziendale. Si tratta ormai di una filiera industriale strutturata, capace di competere con le fonti fossili attraverso un solido connubio ecologico, industriale ed economico volto a ridurre la dipendenza energetica dall’estero.

La sfida dell’efficienza: l’indice EROI e la scelta delle colture

Per pianificare una transizione che sia realmente efficace, la programmazione deve basarsi sull’analisi del rendimento energetico netto (EROI – Energy Return On Investment) delle diverse colture, ottenuto decurtando dall’energia prodotta quella impiegata nella produzione stessa. Inoltre, è opportuno fare una distinzione netta tra le filiere delle oleaginose e quelle delle biomasse lignocellulosiche. Dall’analisi dei dati scientifici e colturali emerge un dato inequivocabile: le colture erbacee perenni lignocellulosiche sono le vere protagoniste energetiche del settore. Specie come la canna comune (Arundo donax) e il miscanto (Miscanthus x giganteus) offrono prestazioni che surclassano nettamente le tradizionali colture annuali. Il segreto di questo vantaggio risiede nella biologia stessa delle piante e nella loro gestione agronomica. Le perenni consentono infatti di utilizzare l’intera biomassa aerea (fusti e foglie) e non solo il seme. Inoltre, una volta impiantate, richiedono input energetici annuali minimi: comportano meno lavorazioni del terreno, un minor uso di pesticidi e sono dotate di un apparato radicale profondo, capace di ottimizzare le risorse idriche e i nutrienti del suolo, proteggendolo al contempo dall’erosione. Al contrario, il ciclo colturale delle oleaginose annuali richiede un elevato dispendio energetico: arature profonde, semine frequenti, concimazioni azotate massicce e processi di essiccazione dei semi post-raccolta. Questo ingente carico di coltivazione abbatte la “produttività energetica netta”. Se a ciò si aggiunge il processo di transesterificazione necessario per trasformare l’olio in biodiesel, il bilancio energetico finale della filiera risulta drasticamente ridotto.

Immagine schematico/illustrativa ‐ generata con AI

I numeri della produttività: il confronto delle rese
L’analisi comparativa sull’efficienza nell’uso del suolo offre un quadro chiaro: le colture lignocellulosiche garantiscono una resa netta da 5 a 10 volte superiore rispetto a quella delle oleaginose. In un Paese come l’Italia, dove la superficie agricola utilizzabile (SAU) è una risorsa finita e preziosa, massimizzare la produzione energetica per singolo ettaro diventa un imperativo ambientale ed
economico.
I dati di resa netta annua espressi in TEP (Tonnellate di Petrolio Equivalente) ed energia termica evidenziano chiaramente questo divario:

  •  Canna Comune (Lignocellulosica): 8-15 TEP/ha/anno (100 – 150 milioni di kcal/ha). Si conferma la regina delle agroenergie, specialmente nel contesto del Centro-Sud Italia, con punte di resa media che sfiorano le 30 tonnellate di biomassa per ettaro.
  • Miscanto (Lignocellulosica): 8-12 TEP/ha/anno (80 – 120 milioni di kcal/ha). Pur prediligendo climi più temperati, segue a breve distanza e si dimostra un’alternativa formidabile per le regioni settentrionali.
  • Pioppo SRF (Short Rotation Forestry – Lignocellulosica): 6-9 TEP/ha/anno (60 – 90 milioni di kcal/ha). Insieme al salice, garantisce una densità energetica e una stabilità di filiera fondamentali per la produzione di calore ed elettricità su scala industriale.
  • Cardo (Lignocellulosica): 4-6 TEP/ha/anno (40 – 60 milioni di kcal/ha). Gioca un ruolo strategico nell’agricoltura di frontiera e nel recupero dei terreni marginali o abbandonati, particolarmente diffusi lungo la dorsale appenninica. Grazie alla sua rusticità e alla resistenza agli stress idrici, rappresenta la soluzione ideale per riqualificare le aree soggette a desertificazione, creando valore economico senza entrare in competizione con le eccellenze alimentari del territorio.
  • Colza (Oleaginosa): 1,0-1,8 TEP/ha/anno (8 – 18 milioni di kcal/ha). Storicamente tra i più noti per il biodiesel, sconta il limite biologico di concentrare l’energia sfruttabile esclusivamente nel seme.
  • Girasole (Oleaginosa): 0,8-1,5 TEP/ha/anno (8 – 15 milioni di kcal/ha). Mostra i medesimi limiti strutturali in termini di efficienza netta per ettaro.

 

Integrazione infrastrutturale e mercati di destinazione

La scelta della coltura non deve essere guidata unicamente dalla resa teorica, ma dalla sua perfetta integrazione con l’infrastruttura energetica e logistica locale. Le due filiere rispondono infatti a mercati e necessità differenti:

1. Le oleaginose forniscono un carburante liquido – il biodiesel – quasi immediatamente utilizzabile per i trasporti pesanti e le macchine agricole, settori notoriamente difficili da sottoporre a elettrificazione diretta.
2. Le lignocellulosiche sono invece orientate alla produzione di energia termica ed elettrica o, tramite tecnologie avanzate di bioraffineria, alla produzione di bioetanolo di seconda generazione.

BioRaffineria per la trasformazione energetica delle biomasse Immagine schematico/illustrativa – generata con AI

Inoltre, investire in ricerca e innovazione per efficientare la conversione energetica delle biomasse (metano, bioetanolo, ecc.) apre la strada a importanti sinergie, consentendo l’ottimizzazione energetica nel trattamento dei rifiuti organici, dei cascami legnosi, dei sottoprodotti agricoli e dei derivati forestali

Politica e territorio: il futuro della filiera corta
La sfida per il futuro non è soltanto agronomica, ma assume una forte valenza politica, industriale e tecnologica. Occorre una pianificazione strategica degli interventi che incentivi la creazione di filiere locali corte, capaci di portare la trasformazione in energia a ridosso dei siti di raccolta della biomassa, abbattendo i costi e le emissioni legate al trasporto. Una pianificazione lungimirante deve saper valorizzare le specificità climatiche del Paese, promuovendo ad esempio la canna comune al Sud e il miscanto al Nord sulla base delle loro reali rese nette.

BioRaffineria per la trasformazione energetica delle biomasse – Immagine schematico/illustrativa – generata con AI

Solo attraverso un rinnovato sinergismo tra agricoltura, ricerca scientifica e mondo tecnologico, l’agroenergia potrà smettere di essere una semplice “promessa” per diventare la spina dorsale della nuova economia rurale italiana. In questo modo, il settore primario tornerà a essere protagonista dello sviluppo economico nazionale, garantendo la gestione di flussi energetici puliti, la tutela della salute del territorio e la sostenibilità economica delle singole aziende agricole.

Dr agr. Domenico SOLANO
Divulgatore Agricolo  Arsac-Calabria

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Publicato da Arsac Ufficio Marketing Territoriale

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