L'allevamento dei suini nel Crotonese (sec. XVI-XVII)

I maiali al pascolo nel querceto (da Wikipedia)

L’importanza del maiale nella vita quotidiana della famiglia calabrese è sottolineata efficacemente dall’antico proverbio riportato da Vincenzo Padula alla metà dell’Ottocento: “Se il porco avesse l’ali sarebbe simile all’angelo Gabriele”.[i] Un chiaro riferimento al ruolo fondamentale di questo animale nell’assicurare la sopravvivenza dell’antica famiglia contadina che, pur rimanendo solo una risorsa terrena, poteva essere immaginato paragonabile, ipoteticamente, alla stregua di una potenza celeste.

Perugia, Fontana Maggiore (1275-78). Bassorilievo del Ciclo dei Mesi che raffigura dicembre, rappresentato attraverso la scena dell’uccisione del maiale.

Macellato a cavallo del nuovo anno, infatti, le carni fresche e conservate di un capo tenuto “per la casa”[ii] nel “Catoio”,[iii] oppure nella stessa abitazione[iv] e per le strade, con gravi conseguenze igieniche,[v] fornivano all’uomo per un lungo periodo, un apporto proteico indispensabile, ponendolo nelle condizioni di poter affrontare la difficile stagione invernale, durante la quale la persone pativano particolarmente, a causa della generale denutrizione e dello scarso valore calorico della loro dieta prevalentemente vegetale, poiché “Amaru chi lu puorcu nun s’ammazza, cà i bidi e li desiddera i sazizzi”. Così i pezzi di “lardo” e i “prisutti”, a volte, ricorrono tra i beni conservati nelle case,[vi] mentre, in alcuni casi, figurano tra i generi estratti via mare per Napoli.[vii]

Un animale di valore

Agli inizi del Trecento il valore di un suino adulto risultava analogo a quello di un bovino di un anno,[viii] mentre, durante la prima metà del Seicento, troviamo che un piccolo “porcello”, maschio (“chirillo”) o femmina,[ix] valeva mediamente 5 carlini, il doppio un giovane “porcastro”, mentre il valore di un “porco” o di una “scrufa” o “porca”,[x] variava tra i 3 e i 6 ducati,[xi] in funzione del suo peso.[xii]

Il valore di queste ultime, “pregne” (gravide) oppure “stirpe” (non gravide), comprendeva anche quello dei “loro allevi”, ovvero dei “porcelli apresso di loro allattanti”,[xiii] ed oscillava a secondo che si trattasse di giovani fattrici non gravide, o gravide per la prima volta (“frisinghe”),[xiv] oppure di “scrufe grosse”.[xv]

Per i soggetti maschi, invece, si distingueva tra “porcastri”,[xvi] termine utilizzato per indicare gli animali che avevano passato l’anno, e “porci” o “porci grossi”[xvii] che avevano una età superiore ai due anni.[xviii] Il termine “verre” indicava il soggetto maschio destinato alla monta,[xix] mentre quello castrato era definito “grastone”.[xx]

Per quanto riguarda i criteri adottati per la riproduzione, i capitoli stabiliti nelle masserie regie del regno in età medievale, c’informano che era sufficiente fornire 7 “verri” ad ogni “centenario scrofarum”. Considerato poi che ogni “scrofa” poteva cominciare a figliare da “uno anno completo in antea”, fino ai sei anni, e che “portat fetum in ventre per mensem quatuor”, iniziando a concepire dal mese di gennaio, ciascuna fattrice poteva partorire due volte all’anno,[xxi] fornendo così mediamente 3/4 “porcellos” in questo arco di tempo, per i quali era prevista la razione di una salma di orzo a spese della regia Corte.[xxii]

Anche se possediamo solo informazioni poco dettagliate a riguardo delle razze allevate localmente, sappiamo comunque, in generale, che questi animali avevano caratteristiche abbastanza uniformi, richiamando quelle dei soggetti selvatici (Sus scrofa) da cui deriva la sottospecie domesica (Sus scrofa domesticus L.), come evidenziano le raffigurazioni medievali, in cui sono spesso posti in evidenza le zanne sporgenti e, soprattutto, il colore scuro.

Dalla documentazione raccolta emerge che, tra la metà del Cinquecento e quella del Seicento, le informazioni circa la razza dei suini allevati nel Crotonese, riferiscono l’esistenza solo di individui di pelo nero (“pilature nigre”),[xxiii] mentre più recentemente, compare l’uso generale dell’appellativo “nero”,[xxiv] che possiamo correlare ai soggetti allevati attualmente con cute e setole di colore nero.

Esemplari suini di razza “Nero Calabrese” al pascolo (da www.madeofood.com).

Un dono importante e significativo

In relazione al suo valore consistente, nei testamenti troviamo spesso lasciti di questi animali in beneficio dei familiari o delle chiese,[xxv] come li ritroviamo nella composizione della dote delle spose e, soprattutto, nella dotazione di coloro che si apprestavano ad ascendere agli ordini sacerdotali.[xxvi]

Risulta anche molto antico, l’uso di manifestare la propria obbedienza nei confronti del signore feudale, attraverso l’offerta di un “porco” e, quantunque in epoca più recente, l’antica prestazione fosse stata convertita (“transatta”) in un pagamento in denaro, ancora alla fine del Settecento, la Mensa arcivescovile di Santa Severina era solita esigere ogni anno a Natale “il Jus porci”, da parte dei componenti del clero di tutte le terre appartenenti al territorio diocesano.[xxvii]

Il pagamento di un “porco” all’arcivescovo di Santa Severina, in segno di obbedienza, era previsto anche “nella terza domenica de maggio” in occasione del sinodo di Santa Anastasia,[xxviii] da parte delle abazie che detenevamo possedimenti nella diocesi, quando ogni abate era tenuto a pagare all’arcivescovo un censo detto “catthedraticum”, come spettava, ad esempio, all’abate di Santa Maria di Molerà nel Cinquecento che, in questa occasione, doveva pagare il censo di “unius porci” in seguito concordato in ducati due.[xxix]

Il maiale che pascola le ghiande illustrato nel tacuinum sanitatis (da www.festivaldelmedioevo.it).

In virtù di tale diritto diocesano, il 26 gennaio 1682 il vescovo di Crotone Geronimo Carafa sollecitava dall’università di Papanice, l’invio del “porco” dovutogli per Natale: “… Havendoci fatto instantia il R.do economo di questa mia mensa vesc.le che il sindico della t.ra di Papanici mia diocesi ogni anno nel di della Nativita di N.ro Sig.re per tempo immemorabile ha riconosciuto questa mia mensa di un porco in segno di ubbidienza e perche il pred.o sindico seu suo esattore ha mancato di complire del segno d’ubbidienza nella prossima passata natività …”.[xxx]

Questo dono ricorre anche in altre occasioni particolari. Nel “Conto” fatto da Marco Ant.o Biondi, erario dello Stato di Mesoraca dal 12 settembre 1656 al 4 maggio del 1657, è riportata la spesa fatta il 7 febbraio 1657, quando risulta: “Pagato ducati 5 e carlini 6 a Fran.co Parretta per il valore di un porco regalato all’arcivescovo di Santa Severina al tempo che venne nel castello di Mesoraca”.[xxxi]

Allo stato brado nella “montagna”

A differenza degli animali tenuti presso le abitazioni per soddisfare le esigenze alimentari della famiglia, quelli allevati a scopo di “lucro”, erano tenuti al pascolo brado nelle aree boschive, che si estendevano nei territori fino al limite delle aree coltivate più vicine agli abitati.

L’importanza dell’allevamento dei suini durante il Medioevo in tutto il regno di Sicilia, da cui risulta che questi animali erano anche esportati, ad uso delle cucine della Curia apostolica (“pro coquinae Curiae Apostolicae”),[xxxii] appare particolarmente diffusa nel Crotonese, dove il pascolo brado del sottobosco forestale da parte degli animali, risultava favorito dalla tipica conformazione e dalle particolarità del territorio, potendosi realizzare sia nella fascia litoranea, dove risultava prevalente la lecceta (“ylicetum”),[xxxiii] che in quella pedemontana, dove esisteva il “Cersitum”,[xxxiv] ed erano prevalenti altre specie del genere Quercus (dette genericamente “cerze” o “cerse” le grandi e “visciglie” o “visciglio” le giovani),[xxxv] che assicuravano la produzione di “ghianda”[xxxvi] o “glianda”,[xxxvii] per foraggiare gli animali: il cerro o “cariglio” (Quercus cerris L.), il leccio (Quercus ilex L.), la farnia (Quercus robur L.), la rovere (Quercus petraea Liebl.) e la roverella (Quercus pubescens Willd.).

Questa produzione che si realizzava ad anni alterni “quando Caricherà la montagna della Cerza, delli Carigli, farni, et altri fratti”,[xxxviii] caratteristica di tutti i centri del Crotonese, interessava particolarmente i terreni collinari presilani di Policastro e di Mesoraca dove, l’esistenza di estesi querceti favoriva l’allevamento degli “Animalia porcina”,[xxxix] consentendo occasioni di scambio e di relazione con i territori vicini.

Sant’Antonio “pastor” in una miniatura consevata al The Morgan Library Museum (da enguanbaobao.com).

Ancora durante il Decennio francese, i catanzaresi si provvedevano di carne suina “in Policastro e Misuraca”, come rileviamo in una nota di bilancio del sindaco di Catanzaro Filippo Marincola, dal I settembre 1805 a tutto maggio 1806 dove, nella partita dell’esito risultava registrato: “sei vetture e correri per la provvista della carne di nero – viaggi a cavallo in Policastro e Misuraca per procurare la provvista della Città di carne di nero, ducati 12.50”.[xl]

La particolare vocazione dei territori presilani del Crotonese all’allevamento dei suini, risulta testimoniata anche nell’area dell’attuale comune di San Giovanni in Fiore, dove l’antichità di questa attività d’allevamento è evidenziata dal toponimo “Fiore”, derivato dal greco άνθoς e correlabile alla figura di Sant’Antonio Abate, ricordato come patriarca del monachesimo in qualità di primo degli abati, nonché protettore degli animali domestici, in particolare del maiale, che lo accompagna sempre nelle antiche raffigurazioni medievali.

 

Sant’Antonio in una miniatura consevata al The Morgan Library Museum (da www.sienanews.it).

Se alla Madonna era innalzata la preghiera per ottenere l’abbondanza, al santo, infatti, era destinata l’offerta di un giovane capo, che garantiva di tenere lontano il “demonio”: “Madonna mia, fammi figliar la frisinghella mia, e sanamente, felicemente partorisse sette porcelli, quattri chirilli, e tre frisinghelle; e a dispetto del demonio, una intendo portarne a Sant’Antonio.”[xli]

A Sant’Antonio Abate era intitolata anche la fiera che aveva luogo “in Mesuraca”, dove si andavano a vendere “li porcelli” anche da altre località del Crotonese, come apprendiamo dal bilancio del mag.co Gio: Dom.co Mazzei erario di Melissa, relativo al periodo dal primo settembre 1737 per tutto agosto 1738.[xlii]

La “mercantia”

Coloro che si ponevano nell’impresa di fare una “mercantia de porci”,[xliii] a volte associandosi tra loro, dopo aver costituito la mandria, necessitavano di prendere in affitto i terreni alberati di quercie sufficienti per il pascolo dei loro animali, stipulando un contratto con i relativi padroni.

Ciò riguardava anche i cittadini che pascolavano gli animali nel loro territorio, in quanto essi detenevano il diritto di pascolarne l’erba, ma non quello di sfruttarne l’alberatura per foraggiare gli animali. Lo riferisce già una platea trecentesca del conte di Catanzaro, dove è riportato che tutti gli “homines habitantes” nella terra e nel tenimento di Mesoraca che vi introducevano i loro porci (“porcos”), erano tenuti “ex antiqua” a pagare l’erbaggio (“herbaticum”) al feudatario per pascolare le ghiande.[xliv]

Questi diritti feudali sopravvivevano ancora alla metà del sec. XIX quando, ad esempio, nel territorio di Cotronei, ogni porco che pascolava il “frutto de’ faggi” dei terreni demaniali dell’università, era soggetto al pagamento di una “Fida” più alta rispetto ad ogni capo “che non usa della foglia”.[xlv]

A titolo d’esempio scorriamo alcuni atti.

Il 09 gennaio 1607, Guglielmo Magliarise della terra di Longobucco, cedeva al presbitero Anibale Callea di Policastro, tutte le partite di erba e ghiande poste in territorio di Policastro, che aveva comprato insieme con Fabio Rotundo per una “marcantia de porci”, costituite dalle terre e “cersito” di Petro Paulo Serra loco detto “scardiati” e da quelle di “gorrufi” di Iuliano Zagaria.[xlvi]

Porcari che conducono al pascolo una mandria di maiali (da festivaldelmedioevo.it).

Un’attività cui erano destinate anche le grandi difese dei feudatari e quelle appartenenti alle università. Da un atto del 19 novembre 1580, sappiamo che, nel corso dell’anno precedente, il m.co Fabio Barbuscia, “habitator” in Cirò, assieme al m.co Petro Curto ed al R.do clerico Pompeo de Franza, ad uso di pascolo per i porci, avevano preso in affitto dall’università della terra di Verzino, per 400 ducati, la “defensam dictam la argentera et s(an)ta marina positam in terr.o d(ic)te t(er)re”.[xlvii]

Il 5 febbraio 1615, al fine di potergli consentire l’accesso agli ordini sacerdotali, Joannes Fran.co Rizza di Policastro, donava “una mercantia di porci” di numero 140 “grossi”, al figlio chierico Gio: Vincenzo, alla condizione però che questi pagasse i ducati 150 dovuti al barone dell’Amato per il pascolo delle ghiande che gli animali facevano nella sua difesa.[xlviii]

Animali “fidati”

In ogni territorio, il pascolo dei suini, come quello di altre specie, era sottoposto all’autorità feudale del “baiulus” che, in forza del diritto legato al proprio status, esigeva il pagamento dello “jus fida” relativamente ad ogni animale introdotto dai forestieri nei pascoli del suo tenimento, ed aveva il diritto di esigere lo “jus disfida” relativamente ad ogni animale che, ad un suo controllo, fosse stato scoperto non fidato.

Il baiulo di Le Castella, ad esempio, vigilava al fine di mantenere l’integrità delle fonti e dei fiumi, dove controllava che nessuno alterasse la purezza delle acque, conducendovi porci o altri animali.[xlix] In particolare, e con la sola eccezione dei periodi di siccità, era preservato il “vallono nominato volandrino”, dove era vietato condurre ad abbeverare gli animali sopra il luogo detto “la chianta grande”, destinato dall’università al lavaggio dei panni.[l]

Al fine di preservare l’igiene dei luoghi, dopo la metà del mese di marzo, era fatto divieto ad ogni “tocco animalium armentitiorum” di avvicinarsi all’abitato scendendo sotto la via traversa,[li] ed era vietato ad ogni “tocco seu gregie porcorum” o di altra sorte di “bestiarum armentitiarum”, di entrare nel “burgum” superando il fosso della terra per qualunque via.[lii]

Al pari degli altri animali “grossi” (vacche, buoi, giumente) e “menutis” (ovini), pascolanti in territorio di Le Castella, i porci erano soggetti a pagare al baiulo la “fida”, che ammontava a grana 5 per ogni “porco grosso”, computando due capi “parvulos” per ogni capo “grosso”, mentre tutti i capi trovati non fidati ad una verifica, rimanevano soggetti al pagamento di grana 5 “pro iure disfide”.[liii]

In territorio di Isola, invece, la “fida de porchi” era di grana 4 per capo,[liv] mentre grana 2 ½ si pagavano allo stesso titolo in territorio di Tacina.[lv] Sempre per quanto riguarda Tacina, risulta la riscossione di una “fida de astati” che, in considerazione del periodo di tempo più ristretto e della minore quantità di foraggio disponibile durante la stagione estiva, risultava sensibilmente più bassa, ammontando a soli grana 1 per “porco”.[lvi]

Maiali al pascolo (da www.progetti.iisleviponti.it).

Per i danni provocati da ogni “porco” o da altri “animalibus menutis”, alle coltivazioni o alla copertura forestale, era previsto il pagamento al baiulo di grana 2 ½ nel mese di agosto,[lvii] mentre per ogni “porco” trovato a provocare danni nelle vigne, il pagamento era di grana 5, da pagarsi metà al baiulo e metà al padrone della vigna, computando per ogni capo “grosso”, due “Porci parvuli” entro l’anno d’età “non lactantes”.[lviii]

Porcari di guardia

Presi in affitto i terreni necessari a pascolare i propri animali, a volte ottenuti “a credito”,[lix] generalmente i padroni li affidavano a dei porcari, detti anche “custodes” nei documenti medievali, che provvedevano alla loro “guardia”.

Per custodire una mandria di 500 “porci” durante la stagione in cui maturavano le spighe e le ghiande, si consideravano necessari 6 “custodes” ai quali se ne doveva aggiungere un settimo per la custodia dei prodotti (“pro custodiendo reditu”), mentre durante le altre stagioni se ne ritenevano sufficienti 4, con un quinto addetto alla copertura delle scrofe (“ad procurandum scrofas”).[lx]

Durante il Medioevo, nelle massarie regie del regno, sappiamo che il lavoro di “porcarium” era svolto da servi appartenenti alla “familiam” del “massarius” locale, ciscuno dei quali riceveva la propria “mercedem”[lxi] mentre, durante la prima metà del Seicento, i porcari ricevevano dal padrone degli animali una retribuzione mensile in denaro[lxii] e, a volte, con un riferimento alla loro antica condizione, il pagamento delle “spese”, che impegnava i loro datori di lavoro ad “alimentarli, Calsarli, et vestirli pro rata temporis à sue pp.e spese”.[lxiii]

In altri casi abbastanza frequenti, il rapporto tra il padrone e porcari era stabilito in maniera differente, e costui preferiva concedere i propri animali “in guadagno”,[lxiv] cointeressando coloro che accettavano di governarli all’utile ricavabile nell’intrapresa.

La macellazione del maiale illustrata nel tacuinum sanitatis (da www.chiamamicitta.it).

I termini generali di questo tipo di rapporto sono evidenziati, ad esempio, da un atto 19 giugno 1654. Nel proprio testamento stipulato in Policastro quel giorno, Bartolo Vaccaro dichiarava di aver ricevuto “in guadagno” da Rosa Coco “una Mercantia de Porci” al numero di 63, che quest’ultima aveva comprato alla ragione di carlini 19 ciascuno, ai quali il detto Bartulo ne aveva aggiunto altri 35 suoi propri. Diciotto porci di quelli avuti in guadagno, relativamente ai quali il detto Bartolo “tira di guadagno per metà”, furono venduti in Taverna per il prezzo di ducati 57 che andarono a detta Rosa, di cui il detto Bartolo ricevette ducati 15 ½, con i quali pagò “a conto dell’aglianda”, ducati 7 a Gio: Tomaso Scandale, ducati 5 al D.r Lutio Venturi, carlini 20 a Pietro Curto e 15 carlini li tenne per sé. I denari rimanenti furono “accredensati” alla somma di ducati 276, tarì 4 e grana 16, dalla quale, al tempo che “si averà da dividere lo guadagno che furse ci sarà”, si sarebbe dovuto levare il prezzo “dell’aglianda”, “la capitania” e le altre spese.

Per quanto riguardava invece i 35 porci suoi propri, il detto Bartolo dichiarava di dover pagare “per l’aglianda e guardiano” ducati 38 ½, alla ragione di carlini 11 per ciascun capo, conforme quelli precedenti.[lxv]

Il porcaro rapito

Al pari di altri allevamenti, anche nel caso dei suini ritroviamo spesso “i Cosentini” coinvolti in affari con le popolazioni del Marchesato,[lxvi] i cui luoghi costieri come, ad esempio, il territorio di Cirò, offrivano buone opportunità di foraggiamento per gli animali durante i mesi invernali.[lxvii] Tali località risultavano comunque alquanto insicure a causa delle incursioni dei pirati turchi, anche per i porcari, come risulta da un atto del 19 settembre 1567, dove si evidenziano, tra l’altro, l’acquisto di maiali fuori regione (alla fiera di Senise), da cui erano soggetti al pagamento della dogana per essere portati a Cirò, e relazioni con altri territori (Campana, Roccabernarda).

Quel giorno i mag.ci Joannes Alfonso Susanna e Antonello Popaianni di Cirò, affermavano che, nel passato mese di maggio, avevano dato “in comune guadagno” a Cola Alice, 180 “maiali” per il prezzo di ducati 283, “includendosence le spese et dohana se pagha alla fera de senise” per detti porci a carico del detto Cola “comperatore”, “et per lo condurre da dicta fera fin cqua li quali porci”, come si rilevava nel “patto scritto” dal notaro Fran.co Albozino, secondo cui il detto Cola s’impegnava a “tenerli, guardarli et governarli con diligentia”.

Nel passato mese di giugno, però, il detto Cola era stato rapito dai Turchi, così detti porci rimasti “senza guardia de homo”, se ne erano andati soli per la campagna, mentre il figlio e la moglie del rapito, che non avevano modo alcuno di poter accudirli, in nome del detto Cola li avevano dati in guadagno ad un certo Attilio Ricciuto di Campana. Quest’ultimo li aveva condotti per la vendita alla fiera di Molerà, ma non essendo riuscito a venderli, li aveva “renunciati” ai detti Joannes Alfonso e Antonello, che ora chiedevano di essere risarciti dal detto Cola per il danno subito.[lxviii]

Note

[i] Padula V., Persone in Calabria, 2006, p. 42.

[ii] 28 marzo 1635. Alla dote di Caterinella Truscia di Policastro, appartenevano 1 “scrufa” e 5 “porcastri”, di cui 4 “dati a Credito” e uno “lasciato per la casa” con la detta scrufa. ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 80 prot. 302, ff. 036-037.

[iii] 17 novembre 1605. Nel “Catoio” della domus del quondam Vespesiano Zupo in Policastro si trovava “uno porco”. ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 78 prot. 286, ff. 147v-148v.

[iv] Padula V., Persone in Calabria, 2005, pp. 42-46.

[v] “L’amministrazione comunale di Policastro è senza dubbio la più interessante in tutto il Distretto. (…) E volgendo l’attenzione alla polizia urbana deplorai lo stato miserevole delle strade interne del paese, rendute più luride da una quantità innumerevoli di majali sparsi per le vie.” Per le Sessioni del Consiglio Distrettuale di Cotrone nel 1858, Discorso del Sottintendente Lorenzo Riola, Catanzaro 1859, pp. 12-13.

[vi] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 78 prot. 287, ff. 164-165v; Busta 80 prot. 301, ff. 112v-114v. ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 875, ff. 004v-006v e 093-094v.

[vii] 15 maggio 1591. Cirò. Fabio Cacciuttula di Procida, patrone del barcone nominato Santa Catherina, imbarcava sotto alla torre di Alice diversi generi (vini, formaggi, ecc.), tra cui il “lardo” e i “presutti” da portare all’Ill.mo marchese di Cirò Giuseppe Spinello in Napoli. ASCZ, Notaio Durande G. D., Busta n. 36, ff. 157-157v.

[viii] “Pro maiali tar. X. Pro scrofa tar. VII.” Reg. Ang. XXXI, 1306-1307, p. 145.

[ix] 05 marzo 1625. Per consentirgli di poter studiare, Joannes Fran.co Schipano di Policastro donava al Cl.o Peleo Schipano, alcuni beni, tra cui 4 “porcelli dui mascoli, et dui femmine”. ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 79 prot. 295, ff. 107-107v.

[x] 02 marzo 1624. “porche seu scrufe”. ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 79 prot. 295, ff. 015v-017.

[xi] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 78 prot. 286, ff. 232-232v. Busta 78 prot. 287, ff. 189v-191. Busta 78 prot. 292, ff. 079v-080. Busta 79 prot. 295, ff. 087-088. Busta 79 prot. 296, ff. 101-101v. Busta 79 prot. 297, ff. 068v-070. Busta 79 prot. 298, ff. 024v-025v. Busta 80 prot. 301, ff. 128-128v. Busta 80 prot. 305, ff. 008-009. Busta 80 prot. 307, ff. 028v-030. ASCZ, Notaio G. M. Guidacciaro, Busta 182 prot. 801, ff. 121v-123.

[xii] Anche il prezzo degli animali venduti a peso morto, variava in funzione delle caratteristiche del singolo capo. A titolo di esempio, riportiamo: 21 marzo 1605, “una mezina de porco Carlini trentadui” (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 78 prot. 286, ff. 232-232v); 23 aprile 1643, carlini 19 per la vendita di mezzo porco (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 80 prot. 307 ff. 028v-030).

[xiii] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 79 prot. 295, ff. 087-088.

[xiv] “… frisinghella (…) si dice alla femmina del porco, che, o è tale da non essere pregna, o è pregna per la prima volta.” Padula V., Persone in Calabria, 2005, pp. 44-45.

[xv] 07. luglio 1620. Per consentirgli di studiare e di ascendere al sacerdozio, Joannes Thoma Tronga di Policastro, donava al figlio chierico Scipione Tronga alcuni beni, tra cui: 11 “scrufe grosse”, di cui 3 “figliate con allevi a presso”, e le rimanenti “stirpe”, 6 “frisinghe” ed 1 “verre”. ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 78 prot. 292, ff. 049v-050.

[xvi] ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 880, ff. 096v-098.

[xvii] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 79 prot. 296, ff. 101-101v.

[xviii] 22 ottobre 1622. “una murra di porci delli due anni incirca”. ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 79 prot. 294, ff. 054-054v. 26 giugno 1634. Sedici “Porci delli anni tre in quattro”. ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 80 prot. 301, ff. 112v-114v.

[xix] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 78 prot. 292, ff. 049v-050.

[xx] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 80 prot. 303, ff. 049v-050v.

[xxi] “Item scrofa incipit portare filios a uno anno completo in antea et bis portat in anno tantum nutriuntur porcelli earum duo de prima nascita et unus de secunda nascita et portat fetum in ventre per mensem quatuor et durat posse concipere vel impregnari usque ad sex annos et incipit impregnari a mense ianuarii in antea et due partes scrofarum possunt fetare per annum et in quolibet centenario scrofarum sufficiunt verri septem.” Reg. Ang. XXXI, 1306-1307, p. 148.

[xxii] “Quelibet scrofa que fetat debet reddere porcellos quatuor et pro nutrimento ipsorum porcellorum habeat salmam ordei unam, et steriles porci custodiatur ad provisionem magistri massarii cum expensis eius. Item quilibet massarius habeat pro quolibet de familia infra domum pro quolibet mense thuminum unum et medium de frumento pro eorum victu, et alii qui accipiunt panem extra massariam, habeant thuminos duos de frumento et laboratores qui accipiunt frumentum thuminos tres pro quolibet.” Reg. Ang. XXXI, 1306-1307, pp. 143-144.

[xxiii] 28 dicembre 1563: Una “frisinga nigra” (ASCZ, Notaio Cadea Cesare, busta 6, ff. 324-325). 30 novembre 1620: Per consentirgli l’accesso agli ordini sacerdotali, Marco Valente di Policastro dona al chierico Joannes Thomas de Pace di Policastro, 2 “scrufas pilature nigre” con 5 “allevis” del valore di ducati 6 (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 78 prot. 292, ff. 079v-080). 05 dicembre 1629: “uno porco nigro” (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 79 prot. 297, ff. 068v-070). 03 gennaio 1635: “porco di pelo negro” (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 80 prot. 302, ff. 004v-005v).

[xxiv] Sisca D., Petilia Policastro, 1964 rist. 1996, p. 322.

[xxv] 14 maggio 1604. Nel suo testamento, Minico Pollizzi di Policastro lasciava cinque delle sue scrofe e un verro grande a sua moglie Beatrice. Il resto delle scrofe le lasciava a Gio: Battista suo figlio. Lasciava a sua figlia Laura un porcastro grande. Lasciava un porcastro alla chiesa di S.ta Caterina (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 78 prot. 286, ff. 7-8). 09 settembre 1654. Nel suo testamento, Paulo Ritia di Policastro lasciava al figlio And.a due “scufe” e cinque “Porcelli” (ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 879, ff. 107-108v).

[xxvi] 07 luglio 1620. Per consentirgli di studiare e di ascendere al sacerdozio, Joannes Thoma Tronga di Policastro donava al figlio chierico Scipione Tronga, alcuni beni tra cui: 11 “scrufe grosse” di cui 3 “figliate con allevi apresso” e le altre “stirpe”, 6 “frisinghe” ed 1 “verre” (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 78 prot. 292, ff. 049v-050). 22 ottobre 1622. Per consentirgli di divenire sacerdote e per potersi mantenere “nelle scole di gramatica humanita, et dopo alli studii di Sacri Canoni, et leggi”, Stefano de Martino della città di Strongoli, al presente “habitator” in Policastro, donava al Cl.o Lutio Venturi di Policastro, figlio di Auria Nigro, “una murra di porci delli due anni incirca” in numero di 170, in maniera che, con il denaro della loro vendita, avrebbe potuto acquistare un bene stabile, della cui rendità avrebbe vissuto durante gli studi (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 79 prot. 294, ff. 054-054v). 17 dicembre 1627. Per consentirgli di ascendere agli ordini sacri, i coniugi Antonio Lanzo e Ippolita Catanzaro di Policastro, donavano al Cl.o Vittorio Lanzo loro figlio, l’eredità che nei giorni passati aveva lasciato loro il quondam D. Joannes Lanzo, di cui facevano parte 5 “scrufe grosse” (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 79 prot. 296, ff. 173v-174v). 26 febbraio 1654. Per consentirgli di ascendere all’ordine sacerdotale, Gio: Tommaso de Pace di Policastro, donava al Cl.co Antonino de Pace suo figlio 65 “porci” (ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 879, ff. 017v-018).

[xxvii] “Jus Porci E solita esigere la Menza in ogn’anno alli 25. Xmbre il Jus porci da seg.ti cleri con i quali si è transatta una tal prestazione per annui docati Sei. Dal Clero di Mesuraca d. 6 da quello di Roccab.a d. 6 da quello di Cutro d. 6 da quello di Policastro d. 6 [ducati] 24.” AASS, 82A.

Il 3 novembre 1798, in una fede del cancelliere dell’università di Policastro Simone Mayda, si evidenziava che, dal “Libro catastale” del corrente anno 1798, risultava che la “partita della Mensa Arcivescovile di S. Severina” era composta da diverse entrate, tra cui: “Dal R.do Clero di q(ue)sta Città per il jus Porci, et Agni d. 008.00”. AASS, 24B fasc. 3.

[xxviii] 01.09.1301. Santa Severina. “Luciferus Dei gratia Sanctae Severinae archiepiscopus”, con il consenso del capitolo, concede per 5 anni all’abbate e al convento del monastero di Fiore, la libera e piena potestà di prendere l’acqua del fiume Neto per i propri mulini, pagando l’annuo censo di 2 oncie d’oro “in festo beatae Anastasiae, in mense octobris, vel circa festum eiusdem”. De Leo P. (a cura di), Documenti Florensi 2001, pp. 161-162. “La detta Città di S. Severina è in calabria nella provintia ultra, et vi è la chiesa Cathedrale Arcivesco(vi)le, e Metropolitana sotto lo titolo de S.ta Anastasia Romana Vergine, e Martire, et è consecrata, della quale Consecrat.e se ne fa la festa nella terza domenica de maggio, et di S.ta Anastasia si celebra alli XXVIIII de ottobre.” (ASV, Visita Apostolica alla diocesi di Santa Severina, 1586). “… qui mense Maio in festo dedicationis Ecc.ae Cathedralis, eidem S.tae Virgini, et Martyri dicatae …” (ASV, Rel. Lim. S. Severina., 1633).

[xxix] “R.dus Abbas santae Mariae de molera cum censu unius porci”. AASS, 6A, f. 3.

[xxx] AVC, doc. sciolto senza segnatura.

[xxxi] AASS, 034A.

[xxxii] 13 aprile 1289. “N. V. R(oberto), comiti Atrebatensi una cum Gerardo, episcopo Sabinensi, Ap. S. Legato, Baiulo regni Siciliae per Romanam Ecclesiam constituto, mandat quatenus mercatores in boum emptionem et extractionem pro coquinae Curiae Apostolicae usu quadrigentorum, porcorum trium milium et sex milium castratorum adiuvare velint; tamen boum emptionem et extractionem suspendere censent pro eo quod tota Calabria et maior pars Basilicatae propter guerram praesentis temporis bubus usque adeo exausta dinoscitur quod, nisi illarum partium inculis pro serendo seu seminando de bubus Apuliae succurratur, grave dampnum incurrere poterunt et iacturam.” Russo F., Regesto I, 1269.

[xxxiii] Marzo 1210. Crotone. Nella confinazione del “tenimentum in Insula situm, quod Fontana Murata dicitur”, troviamo “… et exit ad ylicetrum (sic) Tripani, …”. De Leo P. (a cura di), Documenti Florensi 2001, pp. 039-041.

[xxxiv] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 80 prot. 301 ff. 001v-003.

[xxxv] “visciglia”: querciuola, castagno giovane, pianta giovane (Rohlfs G., Nuovo Dizionario Dialettale della Calabria). 05.02.1608: “et va di sopra la fico per la taglia cioè sotto le visciglie di cerse di modo che due troppe de fico siano diesso Cola della parte di sotto via convicinale” (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 78 prot. 287 ff. 058-059). 19.08.1637: Lo “visciglio” (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 80 prot. 304 ff. 069-070). 10.08.1655: Un pezzo di terra arborato “cum certe visciglie e dui mozzuni di Cerse” (ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 880, ff. 106-107).

[xxxvi] 13 agosto 1623. La “ghianda” di Fulvia de Torres esistente in loco detto “la furesta, et attalione” di Policastro. ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 79 prot. 294 ff. 100v-101.

[xxxvii] 04.12.1613. “Et de detto galaco in su va per derittura alle visciglie, et le dette visciglie siano di detto Gio: Vicenso, et esce alla visciglia che fa la glianda lunga, et fere alla visciglia di sopra, et esce alla via publica che si va alla montagna”. ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 78 prot. 288 ff. 110v-111.

[xxxviii] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 80 prot. 301 ff. 124v-128.

[xxxix] 03 settembre 1643. Per permettergli di accedere agli ordini sacerdotali, Elisabeth Palazzo vedova del quondam Nicolao Grosso, donava al chierico Salvatore Grosso suo figlio, 23 “Animalia porcina”. ASCZ, Notaio G. M. Guidacciaro, Busta 182 prot. 802, ff. 076-076v.

[xl] Sisca D., Petilia Policastro, 1964 rist. 1996, p. 322.

[xli] Padula V., Persone in Calabria, 2005, p. 44.

[xlii] “Spesi nell’andare nella fiera di S. Antonio in Mesuraca per vendere li porcelli d. 5.90”. ASN, Archivio Ferrara Pignatelli, fasc. 15, inc. 5 f. 3.

[xliii] 03 aprile 1652. “Mercantia de Porci”. ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 877, ff. 025-027.

[xliv] “Item dixerunt, quod omnes homines habitantes in Terra et tenim(en)to Mesoracae habentes porcos tenentur ex antiqua solvere Baiulo Mesoracae herbaticum videlicet quando fiunt glandes.” ASCZ, Notaio Biondi G. F., busta 158, 1634, f. 71.

[xlv] “… grana uno per ogni porco che non usa della foglia, ossia del frutto de’ faggi, e grana 15 (?) per ciascun porco che usa della foglia …”. Oliveti L., Istruttoria Demaniale per l’accertamento, la verifica e la sistemazione del demanio civico comunale di Cotronei, 1997, p. 19.

[xlvi] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 78 prot. 287 ff. 002v-003.

[xlvii] ASCZ, Notaio Durande G. D., busta 35, ff. 4v-5.

[xlviii] ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 78 prot. 290 f. 010v.

[xlix] “Item a Turbantibus aquas fontium pp.corum et statuitorum cum porcibus seu aliis animalibus exigitur penam carlenorum quindecim.” AVC, Reintegra del conte di Santa Severina Andrea Carrafa, 1518, f. 6r.

[l] Ibidem, f. 6r.

[li] “Item pro quolibet tocco animalium armentitiorum intrantem subtus viam traversam versus terram predittam a medietate mensis Martii ultra Baiulus p.tus exigere potest penam carlenorum quendecim pro q.alibet vice si modo bannum emiserit.” Ibidem, f. 17v.

[lii] “Item Baiulus p.tus exigere potest penam tareni unius pecuniae pro quolibet tocco seu gregie porcorum et quarum vis bestiarum armentitiarum intrante intus burgum ditte t(er)re Castellorum videlicet a fosso citra per q.alibet viam.” Ibidem, f. 17v.

[liii] “Item pro quolibet porco grosso fidato in ditto tenim.to solvuntur baiulo grana quinque computando parvulos duos pro uno et tantum dem solvitur pro iure disfide.” Ibidem, f. 7r

[liv] ASN, Dipendenze della Sommaria Fs. 552 I serie, ff. 32r-32v.

[lv] Ibidem, f. 3r.

[lvi] Ibidem, f. 15r.

[lvii] “Item pro damnis datis cum animalibus grossis in massariis et segetibus banbacibus et similibus accusatis ad palum Dittus baiulus exigit grana quinque pro quolibet animali qualibet vice que grana quinque non possint exigi per baiulum nisi intrate mense Augusti in quolibet Anno, et pro animalibus menutis videlicet: pro quolibet porco grana duo cum dimidio, et pro q.alibet capra grana duo cum dimidio, et exiguntur in mense augusti ut s.a.” Ibidem, f. 6v.

[lviii] “Item (…) pro quolibet porco reperto in dittis vineis et possessionibus ut s.a exiguntur grana quinque pro medietate baiuli et alia medietate patroni vineae et possessionis ut s.a et Porci parvuli in annum et non lactantes computantur duo pro uno.” Ibidem, f. 6v.

[lix] 14 maggio 1604. Nel testamento di Minico Pollizzi di Policastro, figurano numerosi crediti per vendite di porcastri (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 78 prot. 286, ff. 7-8). 18 marzo 1615. Fabio Rotundo di Policastro, dovendo ricevere da Petro Lungovuco di Mesoraca la somma di ducati 60, che costui aveva esatto come suo procuratore da diversi particolari di Mesoraca, debitori del detto Fabio per i porci dati “a credito”, ne faceva cessione a Betta di Albo di Policastro, vedova del quondam Gioanni de Percia (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 78 prot. 290, ff. 015-015v). 23 luglio 1616. Fabio Rotundo di Policastro donava a Cassandra Virardo di Policastro, vedova del quondam Antonio Commeriati, i crediti che vantava nei confronti di certi suoi debitori della terra di Mesoraca: ovvero ducati 60 da Petro Longobucco di Mesoraca che, come procuratore del detto Fabio, li aveva avuti per la “vendita delli porci” di detto Fabio ad alcuni particolari (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 78 prot. 290, ff. 117v-118v).

[lx] “In tempore spice et glandis quingenti porci habeant custodes sex et unum pro custodiendo reditu et aliis temporibus habeant quatuor et unum ad procurandum scrofas.” Reg. Ang. XXXI, 1306-1307, p. 144.

[lxi] “Quod massarii habent familiam sufficientem secundum consilium et arbitrium magistri massarii ad distinguendum quendam de familia in suo servicio videlicet; vaccarium ad vaccas, porcarium ad porcos et sic de singulis et etiam statuere cuilibet suam mercedem.” Reg. Ang. XXXI, 1306-1307, p. 147.

[lxii] 27 dicembre 1624. Gorio Mazzuca di Policastro vendeva a donno Horatio Piccolo di Policastro, 7 “scrufe” “figliate” ed un’altra “pregna”, con 30 “porcelli apresso di loro allattanti”, alla ragione di carlini 31 per ogni scrofa ed allo stesso prezzo “la stirpa”, “con loro allevi”, per la somma di ducati 24 e tari 4, più 13 “porcastri” alla ragione di carlini 9 l’uno, per la somma di ducati 11 tari 3 e grana 10, per il totale di ducati 35, tari 3 e grana 10. Il detto Gorio delegava il dottor Mutio Giordano a ricevere il pagamento alla “p.a di quatragexima p.a ventura”. Da parte sua, il detto Horatio lasciava “in guadagno a detto gorio seu guardia” i detti animali, e per la sua “guardia” s’impegnava a pagargli carlini 20 al mese “et spese franche”. ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 79 prot. 295 ff. 087-088.

[lxiii] 24 aprile 1636. Francischina Mannarino di Policastro, vedova del quondam Leonardo Rizza, vendeva al R.do D. Peleo Scandale di Policastro, 10 “scrufe figliate con l’allevi piccoli apresso numero quattro per ciascheduna scrufa”, 7 “scrufe pregne”, 3 “verri” ed 1 “grastone” per il prezzo di ducati 45. Si pattuiva che, fintanto il detto D. Pelio non avesse trovato “porcaro di guardarli detti porci”, gli animali sarebbero rimasti affidati ai figlioli di detta Francischina fino a Molerà, mentre il detto D. Peleo s’impegnava ad “alimentarli, Calsarli, et vestirli pro rata temporis à sue pp.e spese”. ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 80 prot. 303, ff. 049v-050v.

[lxiv] 5 ottobre 1618. Paulo Luchetta deteneva “in guadagno” 7 “scrufe figliate con allevi apresso” (ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 78 prot. 291, ff. 120-120v). 29 novembre 1655. Per consentirgli di ascendere all’ordine sacerdotale, Michaele Aquila di Policastro donava al Cl.co Gio: Dom.co Aquila suo figlio, alcuni beni tra cui 71 “Porci” che teneva in guadagno Gregorio Capozza e 72 “Porcastri” che teneva in guadagno Antonio Tronga (ASCZ, Notaio F. Cerantonio, Busta 196 prot. 880, ff. 198v-200).

[lxv] ASCZ, Notaio Cerantonio F., Busta 196, prot. 879, ff. 058v-060v.

[lxvi] 01 dicembre 1626. Salvatore Cirentia “diacono selvaggio” della terra di Figlina, pertinenza di Cosenza, s’impegnava a consegnare al subdiacono Parise Ganguzza di Policastro ducati 200 in monete d’argento, per la vendita di 60 “porci grossi”, alla ragione di carlini 34, per la somma di ducati 204 (il detto subdiacono abbonava i 4 ducati). ASCZ, Notaio G. B. Guidacciaro, Busta 79 prot. 296, ff. 101-101v.

[lxvii] 8 agosto 1584. Il D.nus Mario Arnone della città di Cosenza, possedeva un “gregem porcastrorum” che, nei mesi di gennaio e febbraio prossimi passati, era stato al pascolo in territorio di Cirò. ASCZ, Notaio Durande G. D., busta 35, ff. 227v-228.

[lxviii] ASCZ, Notaio Cadea Cesare Cirò, busta 6, ff. 239-239v.

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